rassegna “MEKANÉ – VISIONI SCENICHE E MACCHINE TEATRALI” II edizione
(a + b)³
muta imago

Ci sono un ragazzo e una ragazza, due figurine felici che si preparano per uscire: mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, fino a fermarsi di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili. Poi arriva la guerra.
"Questo era lo spettacolo all’inizio: quattro metri cubi di piazza in funzione per quattro giorni, quattro ore al giorno e due persone al lavoro che al suo interno iniziano mille storie possibili con tutto quello che si trovano tra le mani: liquidi, suoni, tessuti, vetri, corpi, computer, proiettori, fili, cartoni, fornelli, radiogiornali, lampadine, cristalli, ombre, uncini, bottiglie, colle, cartoni animati, mollette, lettere, specchi.
Ma il cubo scalpita, vuole diventare grande.
Il lavoro doveva acquistare tutti gli elementi della consequenzialità, della narrazione, ma allo stesso tempo doveva lasciare lo spettatore libero di fare associazioni, di prendere (perdere) tempo durante la visione. Doveva avere le caratteristiche del sogno.
Io avevo due persone, un uomo e una donna. E il cubo.
Allora ecco una coppia d’amanti, una guerra che scoppia all’improvviso, partenze, battaglie, solitudini, lettere, viaggi, incontri, ricerche: frammenti di immagini e di testi, un contrappunto registrato di conversazioni private, trasmissioni radiofoniche, appunti telefonici, dispacci radiotelegrafati e brani dell’Orlando Furioso, fanno della guerra il contesto dell’azione, e della ricerca il tema di fondo.
Questa volta il contatto con la creazione e con gli elementi dello spettacolo deve essere più vicino, meno mediato e il più lontano possibile dall’esecuzione. Non servono attori, perché non serve interpretare, siamo noi, io e Claudia, che raccontiamo, che ci mettiamo in scena con i nostri personaggi/persone, per raccontare la storia della signora A e del signor B.
E della guerra che li separa."
Riccardo Fazi"Questo era lo spettacolo all’inizio: quattro metri cubi di piazza in funzione per quattro giorni, quattro ore al giorno e due persone al lavoro che al suo interno iniziano mille storie possibili con tutto quello che si trovano tra le mani: liquidi, suoni, tessuti, vetri, corpi, computer, proiettori, fili, cartoni, fornelli, radiogiornali, lampadine, cristalli, ombre, uncini, bottiglie, colle, cartoni animati, mollette, lettere, specchi.
Ma il cubo scalpita, vuole diventare grande.
Il lavoro doveva acquistare tutti gli elementi della consequenzialità, della narrazione, ma allo stesso tempo doveva lasciare lo spettatore libero di fare associazioni, di prendere (perdere) tempo durante la visione. Doveva avere le caratteristiche del sogno.
Io avevo due persone, un uomo e una donna. E il cubo.
Allora ecco una coppia d’amanti, una guerra che scoppia all’improvviso, partenze, battaglie, solitudini, lettere, viaggi, incontri, ricerche: frammenti di immagini e di testi, un contrappunto registrato di conversazioni private, trasmissioni radiofoniche, appunti telefonici, dispacci radiotelegrafati e brani dell’Orlando Furioso, fanno della guerra il contesto dell’azione, e della ricerca il tema di fondo.
Questa volta il contatto con la creazione e con gli elementi dello spettacolo deve essere più vicino, meno mediato e il più lontano possibile dall’esecuzione. Non servono attori, perché non serve interpretare, siamo noi, io e Claudia, che raccontiamo, che ci mettiamo in scena con i nostri personaggi/persone, per raccontare la storia della signora A e del signor B.
E della guerra che li separa."
Progetto e regia
Claudia Sorace
Drammaturgia / suono
Riccardo Fazi
Cubo
Massimo Troncanetti
Vestiti
Fiamma Benvignati
Registrazioni audio
Federica Giuliano
Con
Riccardo Fazi
Claudia Sorace
Produzione
Muta Imago
in collaborazione con Enzimi 2006


