20/02/08 - 24/02/08 21:30
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rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA
ECCE ROBOT!

di e con Daniele Timpano

CRONACA DI UN'INVASIONE

“Viva Mazinga! Lasciamolo vedere ai bambini,
tanto non sarà lui a farli rincretinire.”
[Marco Ferreri]

ispirato liberamente all’opera di Go Nagai

musiche originali di Michela Gentili e Natale Romolo
ispirate liberamente all’originale colonna sonora di Michiaki Watanabe

disegno luci e voce narrante di Marco Fumarola
registrazioni audio effettuate presso il Rialto Santambrogio di Roma

montaggio audio a cura di Lorenzo Letizia
missaggio di Mario Venuti Mazzi
drammaturgia e regia di Daniele Timpano
aiuto regia di Valentina Cannizzaro e Marco Fumarola
organizzazione di Maria Rita Parisi
una produzione di amnesiA vivacE in collaborazione con Armunia Festival Costa degli Etruschi


1- uno spettacolo su Mazinga Z e la "Goldrake generation"
Un attore ricostruisce la trama di un vecchio cartone animato giapponese. Ispirato liberamente all’opera di Go Nagai (Goldrake, Jeeg Robot, Space Robot, Jet Robot, Il Grande Mazinga, Mazinga Z etcetera) lo spettacolo ripercorre per frammenti l’immaginario eroico di una generazione cresciuta davanti alla TV nell'Italia delle stragi, del rapimento di Aldo Moro, delle Brigate Rosse, dell'ascesa di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni. Una partitura costruita a partire da ritmi, motivi e singole note delle colonne sonore originali (di Michiaki Watanabe) accompagna musicalmente la parola ed il gesto dell’attore.
Tra resoconto delle trame dei singoli episodi dei cartoni giapponesi (con particolare attenzione per la sceneggiatura di Mazinga Z) e ricostruzione storica di un’invasione (quella dei serial nipponici nei palinsesti pubblici e privati, ma anche quella della televisione dentro le nostre teste), lo spettacolo è il divertito e autocritico racconto di una generazione che, ignara di vivere negli anni di piombo, cresceva tra robot d’acciaio.

2- il soggetto di Mazinga Z
Due importanti scienziati, il dottor Kabuto e il dottor Inferno, durante una spedizione archeologica presso l'isola di Rodi, scoprono complessi e letali manufatti meccanici appartenuti all’antica civiltà micenea. Il Dottor Inferno – un tedesco con trascorsi nazisti - decide di servirsene per conquistare il mondo. A difendere la terra sarà Mazinga Z, colosso meccanico costruito dal giapponese Kabuto e dotato di una resistenza e un armamento straordinari. Comincia così la guerra fra le forze del bene e i terribili mostri meccanici inviati dal perfido scienziato. La pace nel mondo e i buoni sentimenti sono nelle mani del giovane pilota di Mazinga: l’unica speranza viene dal Giappone.

3- Note di drammaturgia
Ero bambino, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quando arrivarono in Italia i "famigerati“ cartoni animati giapponesi. Si gridò subito all'invasione: l'invasione gialla. In principio era Goldrake. “Ho visto un ragazzino cantarlo con grande fierezza e quasi con le lacrime agli occhi”, scriveva un allarmato Silverio Corvisieri sulle colonne di Repubblica, a proposito del celebre brano musicale che accompagnava i titoli di testa del programma: “Si trasforma in un razzo missile/con circuiti di mille valvole/ tra le stelle sprinta e va…".
In principio era Goldrake. Ma era solo l'inizio. Di lì a poco sarebbero seguite centinaia di serie televisive animate giapponesi a basso costo: "fatte male", diceva la gente; ma anche e soprattutto violente, diseducative, kitsch, pericolose e incomprensibili”: niente più che biechissimi prodotti di consumo - o almeno così venivano definite da schiere di sciocchi genitori, sciocchi intellettuali, sciocchi opinionisti e sciocchi sociologi dell'epoca.
I cartoni animati di maggior successo, e i più criticati, erano quelli di genere robotico, per lo più incentrati su grossi automi meccanici impegnati a difendere la terra dal nemico di turno: culmine di ogni puntata il rituale combattimento del robot buono contro quello cattivo, con l'immancabile annientamento del secondo. Iniziata il 4 aprile del 1978 sulla seconda rete nazionale con Goldrake, l'invasione proseguirà su un’infinità di reti regionali, con particolare, mastodontica, incredibile abbondanza per tutti gli anni ottanta (fino al 1990 le serie animate trasmesse in Italia saranno oltre 350). I serial nipponici erano economicamente molto convenienti: niente di meglio per riempire i palinsesti.
Era anche l'Italia delle stragi, del rapimento di Aldo Moro, delle Brigate Rosse e dell'ascesa di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni, ma questo io non lo sapevo ancora. Trascorrevo i primi anni, un po' come tutti i miei coetanei, davanti alla Tv dalle 5 alle 7 ore al giorno. Ignaro di trovarmi nel bel mezzo degli anni di piombo, vivevo l'infanzia tra robot d'acciaio.
Spigolosi, volenti, sessisti, scorretti, incuranti di qualsiasi bassa considerazione pedagogica (anche perché spesso originariamente non destinati ad una fascia di spettatori under 12, bensì adolescenziale) molti di questi cartoni animati, che sulla carta sembrerebbero essere (e in parte sono davvero) dei semplici sottoprodotti della cultura di massa, sono stati invece miti e modelli di riferimento, occasione di spunti, di traumi, di crescita o viceversa di rimbecillimento per tutta una generazione.
Diseducativi? violenti? Pericolosi? Può darsi. D'altronde sono stati loro i nostri veri genitori. Tutto ciò che so, che sento e sono, è cominciato - nel bene o nel male - davanti alla TV.


ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA:

“Colpisce per una certa sua aguzza stramberia ‘Ecce robot!’ dell’estroso Daniele Timpano, quasi un autoritratto generazionale attraverso Mazinga Zeta a e altri cartoni animati giapponesi: vestito di un’assurda tutina bianca, coi suoi gesti sghembi e i suoi toni deliranti, il giovane attore alterna la compunta ricostruzione di lotte fra mostri meccanici a spiazzanti scorci autobiografici: si ricordano le crociate democratiche e progressiste contro questa invasione televisiva, per concludere che i litigi dei genitori e la solitudine dei figli facevano forse più male.”
Renato Palazzi – Il Sole 24 ore

“Fra i personaggi di cui credo che sentiremo parlare sempre più spesso in un prossimo futuro c’è probabilmente il trentunenne Daniele Timpano, una presenza anomala, bizzarra, finora nota soprattutto al pubblico di certi festival. Già tentare di trovare una precisa definizione per Timpano è un’impresa complicata, perché non è propriamente un attore, non è un narratore in senso stretto, non è un performer […] un tipo strambo che non esita a portare in scena i propri pregi e i propri difetti, e intorno ad essi va costruendo un suo personale modello di teatro.
[…] credo che Timpano abbia il dono della sgradevolezza, che dal punto di vista teatrale è spesso una ricchezza, non un limite: […] essa ne fa una figura non banale. La sgradevolezza […] riguarda i gesti, le movenze un po’ impacciate e disarmoniche, la recitazione schizzata, ripetitiva, all’apparenza inconcludente. Ma forse riguarda anche la scelta degli argomenti, che hanno qualcosa di provocatorio e vagamente urtante.
Nella buffa trattazione si insinuano acri umori autobiografici, ribolle un’intelligenza aguzza che penetra come una trivella nella sensibilità dello spettatore.”
Renato Palazzi – Del teatro.it

"[...] a metà strada tra narratore e performer racconta, con una espressività da alcuni definita anarco-dadaista e sicuramente ai limiti del grottesco, la storia di una generazione [...] E' quasi una marionetta Timpano che, con un'ossessività a tratti maniacale, ricrea sulla scena interi episodi della sua sere preferita, Mazinga Z, interpretandone tutti i personaggi [...] la sigla di Michiaki Watanabe cantata da Michela Gentili [...] reinterpretata attraverso la fisicità stralunata dell'autore-attore [...].
Laura Landolfi - Il Manifesto

“La violenza, sembra dire Timpano,non è mai nelle storie o nelle favole; semmai è più vicina: dentro casa magari, dove due genitori urlano e un bambino si tappa le orecchie [...] Timpano è un fool travolgente, spiazzante, umorale, uno che si è sfilato già da tempo da generi e categorie. [...] Sorprende, in particolare, che riesca a slittare dal tono grottesco alla denuncia convinta, dalla gag all'autobiografismo più sincero, con così grande precisione e naturalezza. [...] Alcuni saranno respinti dal suo Ecce Robot!, molti lo ameranno.”
Marco Andreoli – Hystrio


“…gli anni ’80 resuscitati da Timpano con misurata ironia in una messinscena ondivaga che si muove tra ‘riflessione su’ e ‘rappresentazione di’ quei furiosi incontri con le gesta di Mazinga e soci […] L’aspetto più interessante che restituisce Timpano nel suo spettacolo, frutto del suo essere attore trasversale, dalla gestualità sbrigativa, epigrammatica, sempre significante, è quello strano senso di nostalgia per quell’età di grandi sfide galattiche e di rivoluzioni d’acciaio che […] ci fa solidali con lui. Di bianco vestito, Timpano doppia se stesso quando interpreta in pose plastiche ed eroiche, col solo aiuto di tagli di luce colorata e di una ricca colonna sonora di effetti, le gesta dei suoi beniamini giapponesi, salvo poi trasformarsi in affabulatore […] quando il suo pensiero corre, ribellandosi, ai presunti ‘guasti’ che quella civiltà del piccolo schermo avrebbe, secondo la morale corrente, procurato”.
Enrico Marcotti – Libertà

“Rilegge la realtà e le contraddizioni di una generazione ‘senza storia’ attraverso l’invasione dei cartoon giapponesi sulla Tv italiana degli anni ’80. In una divagazione come sempre solitaria, il performer romano ha alternato il linguaggio dei fumetti ai clichè del giornalismo televisivo. Ma soprattutto ha riconfermato il suo talento stralunato, capace di trasformare anche il disagio in uno strumento di irresistibile comicità”.
Giorgia Mordanini – 24 minuti

“A coinvolgere non è tanto ciò che dice questo singolare bipede da palcoscenico, quanto quello che lascia intuire attraverso la sua disarticolata gestualità, apparentemente anarchica e invece puntuale, allusiva, irresistibile. […] un’ironia così galoppante e acuta […] lancia in resta come un magico cavaliere, a liberare i pensieri nuovi dalla condanna degli schemi, stanando annichilenti fantasmi e feroci, castranti, creature. […] l’autore guarda dritto in faccia l’infanzia della sua generazione e i miti televisivi sui quali è cresciuta, per consegnare schiettamente le conclusioni del suo studio allo spettatore. […] l’attore in scena trasforma sé stesso in un fumetto nipponico […] mediazione mimica del corpo di Timpano che interpreta 3 o 4 personaggi scattosi e riflessivi, invasati da opprimenti ideali eroici […] L’attore ce li consegna così, nudi nella loro incongruenza e teneramente esilaranti […] La riflessione prende allo stomaco, in mezzo alle risate: ‘sottoprodotti della cultura di massa sono stati invece miti e modelli di riferimento, occasione di spunti, di traumi, di crescita o viceversa di rimbecillimento di tutta una generazione’. Parole di Timpano, da condividere o meno, finchè non lo vedete in scena: lì non c’è dubbio: la pace nel mondo e i buoni sentimenti sono nelle mani di un pugno di schizzati…”
Daniela Pandolfi – dramma.it

“Il lavoro è una ricchissima fonte di informazioni sul tema, ricerca attenta e documentata, con una sottile ed arguta analisi dell’Italia che ne venne invasa. […] uso efficace del playback che permette l’asincronia del labiale e della gestualità rispetto alla voce. […] è assolutamente esilarante […] osservare le posizioni stigmatizzate di ciascun personaggio […] in un palco vuoto, con il solo ausilio delle luci ad effetto. […] La narrazione procede con lo stile, caricaturato, dei documentari d’epoca, avvincente nella forma e nel contenuto, carico di descrizioni e riflessioni in rapidissima successione. Impossibile distrarsi […] lungo la surreale descrizione di una vana crociata di genitori ‘papà e mamme uniti contro il maligno catodico nipponico che monopolizza i figli d’occidente’ o durante la citazione di incredibili articoli dell’epoca, patetici testi dai toni apocalittici, che vedono i cartoni giapponesi minare la semplice e banalmente felice vita familiare italiana”.
Donatella Codonesu – teatroteatro.it

“Accompagnato da ombre e luci minimali ma efficaci, sullo sfondo di un palco vuoto, trova una straordinaria chiave di ironia corporea che lo rende unico. Capovolge e trasforma quello che potrebbe essere un suo punto debole come un fisico esile, giocando proprio sul paradosso e sul ridicolo che diventano parte di una sofisticata drammaturgia. […] C'è chi lo definisce un dadaista o un futurista. Effettivamente Daniele Timpano sembra assolutamente uscire da un cilindro magico nel suo vivere e interpretare naturalmente l'assurdo. Guarda il mondo dal suo sguardo sincero, vispo e acuto, senza imbottirsi di ideologie. Tutto ciò che dice e che fa gli appartiene visceralmente e per questo arriva al pubblico”.
Alice Calabresi – il cassetto.it

“Ha centrato il bersaglio l’astuto e a tratti geniale Daniele Timpano di AmnesiA VivacE […] La messa in scena, agile e senza fronzoli, è tutta giocata sul giovane attore che, con una fisicità elastica, quasi una danza, ripercorre gli episodi salienti della vita del suo eroe d’acciaio e di tutta la mobilitazione sociale e politica contro i valori guerrafondai e mortiferi trasmessi da quei cartoni animati a basso costo […]
Il retrogusto acidulo, il senso pratico e il sano cinismo con cui questa storia viene raccontata […] fa assumere una sorta di tono politico a questa piéce”.
Alessia Raccichini – lettera22.it

“Un acrobata della drammaturgia guidando il pubblico fra i suoi ricordi, le sue ri-elaborazioni, i suoi pensieri […] Acrobata del senso, che ci conduce dalle brigate rosse alla sigla di Candy Candy, da appunti di cronaca ad approfondimenti sociologici. Acrobata della lingua, che può esplorare ogni tono, ricollegare ambienti distanti, trasformarsi davanti a tutti, scavalcare registri e poi ritornare al pubblico. E poi acrobata del mimo, acrobata della parola e di parola […] mimando tutti i personaggi e seguendo il playback delle proprie voci in rigoroso stile cartoon […] questa ‘super-marionetta’ sorprendente”
Roberta Ferraresi - bisteatrofestival.splinder.com

" […] Il lavoro prodotto da Amnesia Vivace si gioca su un doppio registro: da una parte la rivalsa di Timpano, nato e cresciuto con Cartoons giapponesi evidentemente doppiati con una certa grossolanità. L'attore assume posture stilizzate che restituiscono visivamente la trama dei dialoghi di alcuni episodi del cartone, doppiati dalla voce di Timpano rimandata in audio come se provenisse da un qualche recondito luogo interiore. Dall'altra, dicevamo, un'analisi quasi scientifica, con tanto di dati e date, sull'invasione giapponese in tempi di stragi e ascese berlusconiane. Ora Timpano si diverte a scimmiottare altri clichè delle narrazioni odierne, dalle sedie con lampadine romane agli incipit televisivi da inchieste giallistiche ("A Imola, nei giardinetti, i peschi erano in fiore"). A questa volontà a metà tra la decostruzione ironica e il saggio sociologico, trasportata da un corpo marionetta in cui la mobilità degli arti e delle giunture marca una personale cifra d'autore, corrisponde il nocciolo del lavoro: per Timpano i cartoni sono stati, come per molti trentenni di oggi, la sede formativa privilegiata; senza cartoni non sarebbe diventato un attore. La mutazione, o la rimozione che ha colpito anche altri aspetti dei famigerati anni '80, c'è stata e continua a operare."
Lorenzo Donati - Altre Velocità

“Ecce Robot! [...] qualcosa è cambiato da quell’arcaico Ecce Homo che Pilato gridava ai Giudei indicando il Cristo accusato di tradimento. Questa volta, infatti, nel banco degli imputati c’è invece Mazinga, famoso cartoon degli anni ‘70 - ‘80 che ha svezzato milioni e milioni di ragazzini in adorazione della Santa Televisione. È uno spettacolo scisso tra rappresentazione e narrazione ironica [...]Timpano entra in scena accompagnato da una musica ispirata all’originale colonna sonora di Michiaki Watanabe [...] poco dopo lo vediamo interpretare tutti i protagonisti del famoso cartoon [...] Lo spettacolo è coloratissimo: ogni personaggio è illuminato da un filtro colorato diverso, e anche se l’attore non si muove mai dal punto in cui si è piazzato lo spettacolo risulta pieno d’azione, mai statico. Le voci registrate poi, accentuano la sensazione di trovarsi di fronte al medium televisivo e il playback sporco, mai preciso ci ricorda quei cartoons dal doppiaggio disastrato, dove si cercava di far rientrare una decina di parole in due movimenti labiali […] L’attore esce di scena e le luci cambiano: un piazzato. E lui, Timpano, rientra con una sedia: la cara e vecchia sedia del narratore. Un narratore particolare direi e per fortuna. Un narratore che si destreggia tra la dovuta ed efficace ricerca documentaristica sui fatti dell’epoca e sul prodotto nipponico (a basso costo) e una drammaturgia dalla prosa a volte poetica che molto spesso fa da contrappunto contenutistico e ironico alla serietà degli argomenti [...] Riesce dunque sempre a ribaltare la situazione in modo ironico, e direi quasi come se il testo fosse stato scritto da un doppio “io”, uno serio e maturo, l’altro divertito e infantile mitomane del super Mazinga [...] l’attore si destreggia tra una recitazione estremamente naturalistica e una caricaturale. Bellissimo inoltre è il momento in cui l’attore si gira di spalle e vediamo che dietro la schiena ha un cerchio rosso: la bandiera del Giappone! [...] In definita: uno spettacolo esilarante, da non perdere."
Anita Miotto – ArsTuaVitaMea

[...] Daniele Timpano, solo in scena parla in un playback da vero cartone giapponese: muove solo la bocca. Via via veniamo ri-portati nell’universo di Mazinga e di tanti altri che fanno parte del patrimonio genetico delle generazioni che hanno dai trent’anni in giù. [...] La scenografia è essenziale: una sedia e un gioco di luci (degno di una puntata del miglior cartone giapponese) accompagnano l’attore che gioca con la sua fisicità per condurci in un viaggio attraverso la Storia, i cartoni e la nostra infanzia.
Con grande ironia Timpano mette in gioco presunti elementi autobiografici che diventano immediatamente universali facendo sì che lo spettatore si identifichi nel racconto.
Le stragi di stato, il rapimento Moro, ma anche il periodo scolastico e la vita in famiglia: una critica alla società fatta attraverso la geniale idea dell’invasione dei “brutti e cattivi” cartoni animati colpevolizzati per anni. [...] Uno spettacolo che centra il punto e che arriva allo spettatore coinvolgendolo dall’inizio alla fine. Fine che è un inedito: l’ultima puntata di Mazinga che sicuramente sazia la curiosità di molti."
Paola Granato – Patablog

“[...] La calda voce fuori campo di Marco Fumarola scandisce i ‘tempi televisivi’ e informa sul minutaggio che resta allo scadere dello spettacolo. Le puntate doppiate in tutti i suoi personaggi da Daniele Timpano in pre-produzione sono interpretate dallo stesso sul palco, il quale, caratterizza in una posa fissa i differenti personaggi, sottolineandoli con una luce diversa per ognuno. La stesura drammaturgica di Timpano è come al solito impeccabile, la sua maestria di scrittura tanto quanto autoregistica gli permettono un linguaggio semplice e diretto, decodificato nel segno nel tono e nei tipi. [...] La struttura dello spettacolo alterna alle puntate di Mazinga Z, il racconto di Timpano dell’invasione culturale nipponica iniziata il 4 aprile 1978 in seno a mamma RAI, inesorabilmente proseguita dall’allora fininvest (noncurante del malcontento genitoriale) e completata dalle innumerevoli reti locali. In men che non si dica, i bonari personaggi partoriti da Carosello vengono soppiantati da una valanga di violenza a buon mercato disponibile ad ogni ora nei differenti palinsesti. Il racconto della situazione socio culturale che ne deriva viene intramezzato dai ricordi relativi all’esperienza personale dell’autore. Lui stesso dipinge il quadro di se/solo in compagnia della vivace e accogliente TV. Prende posizione riguardo alla stampa di quel periodo, agli errori di valutazione nell’attribuzione di colpe rispetto alla valenza diseducativa di quei prodotti, e soprattutto prende le difese di un genere bistrattato, demonizzato e strumentalizzato. [...] Gli innumerevoli bambini fratturati nel lanciarsi vicendevolmente i componenti sono vittime solo e soltanto della disattenta sorveglianza dei propri genitori.”
Giorgia Rocchi - Ariafritta





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