rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA
Autobiografia d’oltretomba di Mussolini Benito
dux in scatola
di e con Daniele Timpano
uno spettacolo di e con Daniele Timpano
collaborazione artistica Valentina Cannizzaro e Gabriele Linari
disegno luci di Marco Fumarola
foto di scena di Valerio Cruciani e Alessandra D'Innella
drammaturgia e regia di Daniele Timpano
Organizzazione di Maria Rita Parisi
Una produzione di amnesiA vivacE
In collaborazione con Rialto Santambrogio e UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
collaborazione artistica Valentina Cannizzaro e Gabriele Linari
disegno luci di Marco Fumarola
foto di scena di Valerio Cruciani e Alessandra D'Innella
drammaturgia e regia di Daniele Timpano
Organizzazione di Maria Rita Parisi
Una produzione di amnesiA vivacE
In collaborazione con Rialto Santambrogio e UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
Nella nostra bella Italia, tra le due guerre,
fioriva in Italia uno statista meraviglioso:
Benito Mussolini.
Facciamo uno sforzo d’immaginazione collettiva:
fate conto che sia io. Morto.
Un attore - solo in scena con l’unica compagnia di un baule che viene spacciato come contenente le spoglie mortali di “Mussolini Benito”- racconta in prima persona le rocambolesche vicende del corpo del duce, da Piazzale Loreto nel ’45 alla sepoltura nel cimitero di S.Cassiano di Predappio nel ‘57. Alle avventure post-mortem del cadavere eccellente si intrecciano brani di testi letterarii del Ventennio (Marinetti, Gadda, Malaparte…), luoghi comuni sul fascismo, materiali tra i più disparati provenienti da siti web neofascisti, nel tentativo di tracciare Il percorso di Mussolini nell’immaginario degli italiani, dagli anni del consenso agli anni dei memorabilia nostalgici. L’attore, costretto ad avvicinare la materia da una lontananza cronologica e ideologica immensa, gioca una identificazione posticcia con l’oggetto del suo racconto, parlando sempre in prima persona, come se il suo corpo contenesse la forza criminale del fascismo tra le sue quattro ossa. Una identificazione che è appunto posticcia, visto che in scena non c’è nessun tentativo di rappresentare un personaggio-Mussolini: il duce degli italiani è nel baule, o al limite nella tomba di Predappio. L’assimilazione forzata tra il soggetto (Daniele Timpano: “sinistramente” vivo) e l’oggetto (Mussolini Benito: “destramente” morto) del racconto riconferma la lontananza irriducibile tra due visioni del mondo inconciliabili.
Lo spettacolo è stato tra i finalisti del Premio Scenario 2005, dove è stato votato come "migliore spettacolo " dalla “Giuria Ombra” presieduta da Mario Bianchi.
Materia, spunti, riflessioniLo spettacolo è stato tra i finalisti del Premio Scenario 2005, dove è stato votato come "migliore spettacolo " dalla “Giuria Ombra” presieduta da Mario Bianchi.
Il 29 aprile 1945, i partigiani e il popolo di Milano si danno appuntamento in Piazzale Loreto per festeggiare la morte del duce. Impiccato per i piedi al traliccio di un distributore di benzina, le braccia molli e a penzoloni, il cadavere di Mussolini è il simbolo della vittoria della Resistenza e insieme l’agnello sacrificale che mette fine agli orrori della guerra civile. Lo spettacolo del linciaggio di massa d’un uomo già morto come ingombrante mito di fondazione dell’Italia repubblicana, tale perlomeno lo ha inteso Sergio Luzzatto nel controverso saggio Il corpo del duce (Einaudi, 1998), tra le principali fonti di ispirazione e informazione, insieme a La salma nascosta di Fabio Bonacina (Vaccari, 2004), del progetto. Oggetto di rimozione storica e insieme di morbosa attenzione per storici, giornalisti, rotocalchisti, revisionisti, neofascisti, etc, la morte di Mussolini ha riempito e riempie libri, libelli, pagine web a non finire. Il corpo del duce, in vita “oggetto del desiderio” e dell’ammirazione quasi collettiva di un popolo, in morte è divenuto per alcuni il simbolo d’un mondo di eterni valori che aspetta la resurrezione in terra, per altri un criminale da uccidere milioni di volte o da dimenticare, al centro (oggi più che mai un “centro-destra”) un semplice brav’uomo da compiangere che “Avrà fatto qualche errore ma almeno ci ha provato e i treni arrivavano in orario…”. L’Italiano medio, detto qui con molte semplificazioni, non volendosi vergognare d’esser stato fascista (e non essendo mai stato granché di sinistra), è corso dritto tra le braccia della Democrazia Cristiana. Non volendo vergognarsi d’essere stato democristiano, quello stesso italiano medio è dai primi anni ’90 la base elettorale di Forza Italia. L’impressione, a dir poco non rassicurante, è che questi “italiani medi”, non solo dal Ventennio ma a partire perlomeno dai Cavour e Garibaldi del diciannovesimo secolo e nonostante alfabetizzazione e benessere economico, da allora non siano cambiati affatto. Una materia indubitabilmente complessa, in più ideologicamente ambigua, rischiosa, solitamente distorta da interpretazioni di parte e da passioni (giustamente) non ancora spente. Consapevoli di rischi e limiti che una simile operazione comporta, non intendiamo certo andare alla ricerca di una immagine “oggettiva” e “moderata”, dunque pericolosamente revisionista, del Mussolini “buonanima” (peraltro ci hanno già pensato in molti, a cominciare dal prototipo del revisionismo: Il buonuomo Mussolini di Indro Montanelli, che è del 1947), bensì indagare nelle frattaglie di una rimozione collettiva della memoria, che ci sembra più facilmente tradursi nella feticizzazione del ricordo del duce (i calendari di Mussolini, i gadget in vendita su Internet, quel che si legge sui forum dei siti neofascisti…), molto più raramente in una memoria critica, che condannando il fascismo storico di ieri, senza semplificazioni ideologiche di comodo, condanni necessariamente le sue evoluzioni dal dopoguerra ad oggi.
Tra le principali fonti di ispirazione e informazione dell'opera:
- Sergio Luzzatto, Il corpo del duce (Einaudi, 1998)
- Fabio Bonacina, La salma nascosta (Vaccari, 2004)
- Luisa Passerini, Mussolini Immaginario (Laterza, 1991)
- Domenico Leccisi, Con Mussolini prima e dopo Piazzale Loreto (Settimo Sigillo, 1997)
Note di regia
Dal momento che sono, oltre che l'attore, insieme l'autore e il regista dello spettacolo la mia irresponsabilità politica è immensa. C'è stato già chi ha detto che non si può parlare di queste cose in modo così leggero. Oltre che leggero: ambiguo.
C'è chi è arrivato a dire che lo spettacolo sfiora l'apologia di fascismo, qualcun altro addirittura mi ha detto che il modo in cui mescolo le carte può creare degli equivoci, specie in un momento come questo. La realtà è molto più semplice, e più onesta: semplicemente appartengo alla prima generazione per la quale il fascismo non è più neppure una memoria dei genitori. Lo spettacolo è stato un tentativo di riappropriarmi di una materia da cui mi sento generazionalmente escluso. Il Ventennio e la Resistenza io li ho conosciuti da piccolo guardando i documentari Luce in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati giapponesi e i Western con John Wayne. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c'è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga: gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, ma che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell'immaginario. Il fatto è che siamo tutti malati di immaginario.
Il mio è stato un tentativo di squarciare il velo di irrealtà che copre il fascismo - come cosa che è accaduta sessant'anni fa ma poteva anche essere al tempo dei Sumeri - per farne riaffiorare drammaticamente la realtà. Questa irrealtà è sotto gli occhi di tutti: dai nazisti all'acqua di rose de La vita è bella di Benigni agli ultimi libri di Vespa, fino all'uso improprio di celtiche, svastiche e littori negli stadi.
Consapevole di questa situazione di partenza, che non è certo motivo di orgoglio ma anzi di profonda preoccupazione, mi sforzo di non prendere una posizione ideologica chiara. Se d'altronde la mia posizione, dallo spettacolo, emergesse espressamente “di sinistra” otterrei l’ascolto e l’approvazione solo degli spettatori “di sinistra”. Così, con una posizione “spavaldamente” ambigua, non ottengo forse la piena approvazione di nessuno, ma conquisto (spero) l’attenzione di tutti. Questo mi pare un dovere prima di tutto etico. il pubblico teatrale è in larga parte di sinistra, specie quello del cosiddetto "teatro di ricerca": se ce la suoniamo e ce la cantiamo tra di noi che senso ha? Nello spettacolo il mio punto di vista è volutamente spiazzante. Sono pienamente Timpano e pienamente Mussolini: siamo in fondo una sola carne. Dico io identificandomi con la salma e pretendo di impietosire il pubblico col racconto del mio corpo appeso a Piazzale Loreto, ma poi introduco anche miei ricordi personali, viaggi nei luoghi menzionati nella storia, slogan neofascisti letti su un muro sotto casa. Soprattutto a Mussolini non somiglio per niente: anche solo guardandomi in scena lo spettatore non può fare una sovrapposizione, come accade nel film Mussolini ultimo atto di Lizzani. Tra Timpano e il duce non c'è alcuna somiglianza. L'autobiografia di Mussolini morto è anche un telo non neutro su cui proiettare l'autobiografia di un giovane trentenne del 2006, che è Daniele Timpano. Ma la proiezione vale anche per gli spettatori. L'italia del 2006 non è certo democratica come vuole credere di se stessa. Ma non solo a causa di Berlusconi e di Alleanza Nazionale o, come dicono quelli della Cdl, dei comunisti che mangiano i bambini. L'italia non è democratica da 150 anni, cioè da quando è stata fatta. Da Garibaldi in poi. La stessa impresa dei mille non è un'impresa altamente democratica: basta pensare ai risvolti militari sulle popolazioni di Sicilia e Calabria. Nello spettacolo lo dico chiaramente. Quando racconto la mia autopsia, parlo di un aneddoto certamente falso che raccontò Curzio Malaparte, secondo cui gli infermieri giocarono a ping pong con le mie budella. E la gente ride. "No, non ridete!" - gli urlo. "Questa connivenza tra scena e platea è una vergogna. Io e voi siamo d'accordo, no? Non siamo mica come quei fascisti là fuori, vero? Beh, troppo comodo. Dio, patria, famiglia, Dante, Leopardi, D'Annunzio, Alfieri, Goldoni, Carducci, e l'enciclopedia Treccani, e le targhe commemorative, e l'altare della Patria, e il Milite ignoto, e il risorgimento, e Garibaldi… Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista."C'è chi è arrivato a dire che lo spettacolo sfiora l'apologia di fascismo, qualcun altro addirittura mi ha detto che il modo in cui mescolo le carte può creare degli equivoci, specie in un momento come questo. La realtà è molto più semplice, e più onesta: semplicemente appartengo alla prima generazione per la quale il fascismo non è più neppure una memoria dei genitori. Lo spettacolo è stato un tentativo di riappropriarmi di una materia da cui mi sento generazionalmente escluso. Il Ventennio e la Resistenza io li ho conosciuti da piccolo guardando i documentari Luce in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati giapponesi e i Western con John Wayne. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c'è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga: gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, ma che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell'immaginario. Il fatto è che siamo tutti malati di immaginario.
Il mio è stato un tentativo di squarciare il velo di irrealtà che copre il fascismo - come cosa che è accaduta sessant'anni fa ma poteva anche essere al tempo dei Sumeri - per farne riaffiorare drammaticamente la realtà. Questa irrealtà è sotto gli occhi di tutti: dai nazisti all'acqua di rose de La vita è bella di Benigni agli ultimi libri di Vespa, fino all'uso improprio di celtiche, svastiche e littori negli stadi.
Questo passaggio, come parecchi altri del testo, è profondamente mio, ma è anche il risultato di un collage di spunti e testi altrui (in questo caso la fonte è Furio Jesi, Cultura di Destra, Garzanti, Milano, 1993), per lo più libri di storia, memorialistica o saggistica, ma anche molta letteratura. Non mi interessa la cultura orale: nessun ex partigiano e nessun ex saloino sono stati intervistati per realizzare questo spettacolo. Del resto non sono uno storico e non sono un antropologo, nemmeno dilettante, e sul fascismo non ho niente da dire. Del resto, anche se utilizzo alcuni stilemi del cosiddetto "genere", non sono neanche un "narratore". Della cosiddetta “narrazione” lo spettacolo contraddice (a mio parere) le premesse: la parola io, con la quale solitamente il “narratore” si mette in gioco in prima persona, come un uomo che instaura da subito un rapporto chiaro, di fiducia, tra lui-uomo e gli altri spettatori, uomini anch’essi come lui, è qui ambigua. Non c’è più questo rapporto di fiducia. Anzi, di me – che sono io e non sono io, che sicuramente non sono neanche il personaggio-Mussolini, non ci si può proprio fidare. Dux in scatola è dunque un monologo.
DanieleTimpano
Estratti dalla rassegna stampa:
“Daniele Timpano è uno dei migliori attori giovani in circolazione. […] Non è un fabulatore. Non fa teatro di memoria o di dedica, come potrebbe apparire. Pratica il teatro di parola, con risvolti irreali e surreali. Nel paradosso rivela brandelli di verità: non sociologica o ideologica, ma estroversa, disinibita, barbarica. Dux in scatola non è uno spettacolo fondato sull’interpretazione del personaggio storico, il quale sta nel baule accanto all’interprete. Mette in atto una sorta di identificazione posticcia che si risolve nell’incarnazione della forza criminale del fascismo. […] L’artista assume in sé il male. Parte dal presupposto che risieda nel suo corpo e nella sua anima, non in quella degli altri. […] scavare nei propri errori e orrori è un atto di coraggio e di disvelamento che implica il premio di una drammaturgia nuova nel metodo e nella sostanza, perciò credibile: capace di parlare alla mente e al cuore degli spettatori. […] Timpano […] non commette l’errore di sentirsi così buono e saggio da pretendere di insegnare a noi come dobbiamo essere e come dobbiamo vivere. E, forse per questo, alcuni sono saltati sulla sedia. Se all’applicazione di questa metodica di lavoro si aggiunge che Timpano […] procede nella scrittura drammaturgica con aria vagamente assente, dinoccolata, funzionalmente poco impegnata, con accelerazioni e ritmi apparentemente alogici, condannando sì l’oggetto della sua attenzione […] ma allo stesso tempo lanciando dardi d’ironia nei confronti dei partigiani e condannando i comportamenti del popolo di Piazza Loreto, si capisce il clamore sinistro di alcuni giudici del Premio Scenario 2005.”
Alfio Petrini – Inscena
“Un uomo vestito di nero e un baule. E' tutto quello che serve per mettere in scena la storia post-mortem di Mussolini Benito, in arte duce del fascismo, inscatolato ad uso e consumo della platea come i tanti souvenirs tutt'oggi in vendita a San Cassiano di Predappio, nei pressi del cimitero, nei negozi che vendono [legalmente?] chincaglierie con la «sua» effige. (...) Daniele Timpano, autore e attore dal piglio surreale, non è nuovo a operazioni di tipo metateatrale (...) è il teatrante trentenne e la sua gita di documentazione a Predappio che esce fuori dalle maglie del racconto, così come il contrasto tra il corpo di Timpano – l'esatto contrario dell'ideale atletico fascista – e la figura del duce [o meglio, dei suoi resti] che pure interpreta.
Il duce di Timpano è una «materia decomposta e riplasmabile»: più che il vero Mussolini, è la proiezione che la moltiplicazione all'infinito della sua immagine, nei filmati d'epoca e nelle ricostruzioni televisive, ha prodotto nell'immaginario di chi non ha vissuto quell'epoca, nemmeno nei racconti dei genitori. In questo modo la storia «necrofila» del cadavere del duce (...) assume un valore che va al di là della sua oggettiva assurdità. Il cortocircuito metateatrale tra Daniele Timpano e il cadavere del duce mette in luce un altro cortocircuito, reale e visibile: quello tra la cultura italiana, reazionaria, papalina e sessista, e il fascismo che dice di aver superato.
L'operazione di Timpano è l'esatto contrario del teatro di narrazione, che fa leva su un'identificazione del pubblico con le tesi dello spettacolo, da cui si esce indignati ma soddisfatti. Dux in scatola, invece, resta nell'ambiguità, svelando nel paradosso l'ambiguità culturale che ogni giorno fingiamo di non vedere. Una scelta costata qualche critica, ma che costituisce la cifra originale di uno spettacolo divertente e acuto, ottima prova di una voce sempre più in crescita nel panorama della ricerca italiana.”
Graziano Graziani – Carta
“ […] Daniele Timpano dalla lingua biforcuta […] si esibisce in un funambolico sdoppiamento accanto a un baule stinto. […] con calcolo e leggerezza spietati, si veste del duce e del paradosso, sfida le accuse di ambiguità ideologica e le rovescia in platea puntando il dito a un dilemma etico che sembra ridicolo, ma suona familiare. ‘No, non ridete… questa connivenza tra scena e platea è una vergogna. (…) Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista’.”
Valentina Bertolino – Hystrio
“È difficile credere che quel trentenne magrolino e spiritato, cravatta rossa su giacca e riccioli neri, sia Benito Mussolini. O meglio, la proiezione in carne e ossa della cara salma che riposa ai suoi piedi rinchiusa in un baule. Ma è anche questa stridente dissonanza a catturare l' attenzione del pubblico in «Dux in scatola» […] un racconto spiazzante, volutamente ambiguo tanto da sembrare un’apologia del fascismo, sfuggente a qualsiasi presa di posizione ideologica e proprio per questo provocatorio, ma anche onesto, nel desiderio di riappropriarsi di una materia, il Ventennio e la Resistenza, che non è più neppure memoria dei suoi genitori. […] lo fa in modo politicamente scorretto, con puntuti eco dadaisti, usando la prima persona in un’identificazione improbabile con l’oggetto della narrazione e mescolando riferimenti storici e testi letterari […], momenti cabarettistici e ricordi personali.”
Claudia Cannella – Corriere della Sera
“L’attore-autore va nel senso opposto al cosiddetto teatro di narrazione […] va avanti per salti […] Dice io identificandosi con la salma, e basta questo a creare un’accelerazione di non sensi, un gioco di impossibili rispecchiamenti, una stratificazione di assurdità e una decisa e esplicita vocazione al gioco più infantile. Riporta, quindi, gli accadimenti in prima persona, ma poi introduce ricordi personali […] , e lì ci indica che sta parlando di un io-io e non di quell’io di cui stavamo seguendo le traversie. Insomma, anziché riempire la scena e comporre un linguaggio, Timpano gira intorno al nulla, e questo rende conto non soltanto di un suo atteggiamento di mobilità intellettuale, frastagliato e dinamico, che non cerca punti fissi, nuclei narrativi, profondità di segno, ma anche di una sua straordinaria capacità scenica, che è quella di riempire il vuoto con il vuoto, di segnalare l’assenza attraverso l’assenza.”
Antonio Audino – Il Sole 24 ore
“Una bella sorpresa Dux in scatola, con il quale Daniele Timpano abbandona ogni sorta di retorica antifascista per entrare nel corpo morto di Mussolinibenito e farne materia narrativa cruente, senza lasciare nello spettatore il dubbio della condanna dura e senza appello. Longilineo, il voto emaciato, Timpano crea subito una stridente ed efficace dissonanza, funzionale allo smembramento del “mitico” faccione e della sua prestanza fisica, per arrivare alo smontaggio dei triti valori del fascismo non solo italico. Solo in scena, con a fianco un baule, il 30enne attore romano si costruisce una gestualita’ stilizzata per raccontare, in prima persone e in un clima surreale, le vicende di quel corpo, da piazzale Loreto al cimitero di Predappio. Meta ancora oggi di pellegrinaggio di fascisti e post fascisti che popolano l’Italia.”
Mariateresa Surianello – Il Manifesto
“Il lavoro del trentenne Daniele Timpano, solo in scena con la bara-baule che dovrebbe contenere i resti del Duce, ha le carte in regola per disorientare. E convincere. […] è teatro di narrazione ma sembra fare il verso parodico, anche nel fraseggio scandito al metronomo, alla voga (e alla maniera) degli affabulatori. E’ teatro di memoria civile, tratta un periodo storico cruciale e un personaggio come Mussolini visto negli ultimi giorni di vita e quelli successivi alla sua morte, ma lo fa da angolazioni particolari, tra farsa e tragedia. Con le divagazioni di un bizzarro storico-conferenziere, tra Petrolini e Woody Allen. Un mix originale di humor ebraico e dinoccolato cinismo romano.”
Nico Garrone – La Repubblica
“Avventure post-mortem, raccontate in modo un po’ surreale da un giovane attore-autore, da tenere d’occhio dopo questa prova interessante. Momenti di cabaret e di comicità scandiscono un testo che apparentemente può sembrare un’apologia del fascismo. Niente di più sbagliato, perché quello che si legge tra le righe è esattamente il contrario. Daniele utilizza, infatti, brani di Martinetti, Gadda, Malaparte, materiali tratti dai siti web neofascisti, luoghi comuni per dire che anche l’Italia del 2006 non è poi così democratica… e non solo per colpa di Berlusconi. ‘Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista…’ recita Timpano. E poi perché ci sono ancora così tanti giovani attratti dal mito del duce? La risposta è nello spettacolo. Da vedere.”
Francesca De Sanctis – L’Unità
“Decisamente «pericoloso» dux in scatola […] Giovane artista in continua crescita, Timpano porta in scena un «racconto» destrutturato e spiazzante […] Ha suscitato sdegno e preoccupazione, ma lo spettacolo, che pure ha toni comici e cabarettistici non indifferenti, è una sottile operazione che denuncia amaramente l'assurdità del fascismo italiano, che provoca come una doccia gelata, sbattendo in faccia allo spettatore le contraddizioni di un Paese che non si è mai liberato veramente dell'ideologia violentemente imposta da Mussolini. Opera surreale, di grande vigore, dux in scatola merita attenzione.”
Andrea Porcheddu - Delteatro.it
“All’opera si riconosce la maturità di un percorso drammaturgico estremamente curato nella gestione dei tempi comici, come nei dettagli dei pochissimi elementi della scena. […] La sua performance è dimostrazione di come ogni elemento che si scelga di portare in scena (corpo, quintatura, oggetti, abiti, luci) sia e debba essere essenziale e quindi curato ai limiti del perfezionismo. Ciò si riflette anche nella scelta raffinata del materiale drammaturgico. Il risultato è un lavoro che dura 50 minuti (ne sono previsti 70 per gennaio), ma da l’impressione di durarne al massimo 30. Attualmente non riconosco test migliore per il teatro italiano.”
Gian Maria Tosatti – amnesiavivace.it
“ [...] un monologo di un’ora, con poco o nulla a che fare col filone del teatro narrazione che spopola in questi anni nei nostri teatri. Timpano e il suo lavoro sono difficilmente definibili e incasellabili in qualsivoglia genere attorale e spettacolare che ne faciliti la valutazione e l’esegesi. [...] lavoro [...] molto più sottile e tagliente di quanto ci si possa aspettare. [...] Il corpo dell’attore, caratterizzato da movenze e tormentoni da teatro di figura, è diviso a metà. Il braccio destro del duce gesticola all’impazzata stendendosi sovente nel saluto romano. La mano sinistra dell’interprete, quasi sempre immobilizzata nella tasca in modo del tutto innaturale, fa prepotentemente capolino solo a tratti, chiudendosi a pugno, quando si nominano i partigiani o si proclama un ambiguo “Viva l’Italia”. La mimica facciale, gli ammiccamenti al pubblico, le stridule modulazioni vocali, i silenzi immobili sono indizi di una indubbia originilità, che danno alla rappresentazione una cifra stilistica molto personale. Chi si aspetta una scontata condanna al fascismo ed al suo dittatore rischia di rimanere deluso, a meno che non voglia fermarsi alla superfice. Sarebbe stato facile ottenere lo scopo raccontando il duce da vivo. Non è la stessa cosa se si parla, come nel nostro caso, della continua profanazione e del paradossale sballottamento di un corpo ormai in disfacimento.”
Marcello Isidori – Dramma.it
"[…] intrigante (quanto paradossale) intuizione dell’autore attore e regista. Una narrazione antinarrazione, che irride la moda degli affabulatori con una storia destrutturata, che colpisce, inquieta e incuriosisce […] Daniele Timpano, con il suo aplomb fuori dal tempo, con quel suo fare stralunato, assente, falsamente meccanico di recitare (che pervade e caratterizza in qualche modo anche la stesura del testo), sembra aver colpito nel segno. […] la ricostruzione post mortem della figura di Mussolini Timpano style è pervasa da una profondità inquietante e surreale, da una foga farsesca che conquista disorienta e fa pensare il pubblico di qualsiasi convinzione politica. […] il performer affronta l’argomento senza ansia, senza preoccuparsi di stilare tesi o confutarne altre. […] procede volutamente a salti, mischia e rimischia le carte: alternando cinismo e candore, razionalità e leggerezza, pose da marionetta a ricostruzioni giornalistiche"
Giovanni Ballerini - Scanner.it
“[...] Il tutto spiegato in modo ironico, futurista, con gestualità da scuola Bragaglia che in Carlo Ludovico portano a Totò, con accezioni onomatopeiche al limite del dada, e non senza un tono di théâtre de la cruauté nella descrizione della decomposizione del cadavere durante le fasi che lo hanno visto protagonista storico.
Altro tono beffardo: il titolo… I diversi bauli divengono scatola, come i packaging commerciali, i cibi precotti e confezionati, la contemporaneità in porzioni. Geniale, marinettiano…”
Claudio Elli – Puntoelinea.leonardo.it
“Daniele Timpano, con ironia e notevole originalità risolleva la pietra che ha seppellito nel 1945 il discusso duce. […] Lo spettacolo affronta il duce in prima persona e narra la nostra memoria senza incorrere nella retorica. Sull’assurdità dei pellegrinaggi a Predappio, sulle rocambolesche avventure della salma trafugata in un cimitero per finire nella tomba di famiglia, Timpano stende un velo di rispettosa ironia che arricchisce il tema svincolandolo dai preconcetti e dai rischi di apologia. […] I tabù vengono superati dall’intelligenza, dagli anni e dalla capacità dell’arte di restituire al mito ed al mostro la sua terrena appartenenza. […] Timpano prende atto e parla, senza reverenza, con folle immedesimazione, di una delle tante assurdità della quale la nostra penisola continua ad esser vittima indifendibile.”
Andrea Monti - Teatroteatro.it
“[…] il racconto in prima persona confonde di continuo i piani, sia personali che storici, creando un presente denso, un presente in cui tutto ciò che si sa sul fascismo prevale sulla sua realtà storica. […] l’artificio a cui ricorre situa il Ventennio in un orizzonte astorico e lo fa coincidere col Male. Un male che, però, è astratto, volendo macchiettistico: è quel male incarnato in tutti i cattivi di tutti i tempi e di tutti i luoghi, è il Babau, è uno spauracchio. Forse sta proprio in questo il punto focale del testo: nel rappresentare crudelmente, tragicamente, la generale incapacità di percepire il tempo e la Storia nella loro concretezza, nel portare a galla la tendenza italica ad affidare (nel bene come nel male) passato e presente a figure che divengono mitologiche.
E a questa continua sospensione tragicomica contribuisce il linguaggio: echi dadaisti, un uso della parola che ammicca spudoratamente tanto agli slogan futuristi quanto a quelli pubblicitari, e poi attimi di irriverente lirismo per giocare con la Storia, col presente, con Mussolini, con la Morte. Un corto circuito, un cozzare di elementi opposti che nello spettacolo trovano un ulteriore richiamo nel corpo. Sì perché […] corpo (assente) di Mussolini ripercorre gli accadimenti dall’attimo della sua morte […] Ma la voce, la faccia, le mani, le gambe sono quelle di Timpano, che non potrebbe essere più diverso dal duce: magrolino, scuro, spalle strette, naso camuso. Le differenze fisiognomiche tra i due sono comicamente incolmabili, anche perché uno è vivo, è di carne, e l’altro è morto, non c’è più. O meglio, c’è ancora: filtrato, ricordato, rimpianto, condannato, studiato, adorato, odiato, riabilitato. Inscatolato. Inscatolato in una comoda confezione 40x80 cm: pura essenza mussoliniana per la gioia di grandi e piccini.”
Maria Agostinelli – Railibro.it
“La chiave interpretativa forte di Timpano è quella di raccontare tutta questa parabola storico-politica e antropologico-culturale in prima persona, ossia decidendo di incarnare il fantasma del Duce stesso. Ciò crea subito un indovinato scarto e uno straniamento patente ed incisivo, più o meno come il Nanni Moretti attore che si cala, nel finale del suo ultimo film, nei panni del Caimano-Berlusconi rimanendo se stesso. Anche Timpano non soggiace ad alcuna tentazione di mimetismo ‘ducesco’. […] Ma è la voce sardonica e certi speciali ammiccamenti con la testa che introducono al suo disegno narrativo che si fonda su una recitazione spezzata e stranita, ora grottesca ora apertamente burattinesca, che ha dei picchi di felicità satirica ed evocativa davvero notevoli e assai divertenti. Il persistente mito post-mortem di Mussolini è un tema non scontato e tuttora controverso (ma cruciale) che qui viene messo in cortocircuito dissacratorio con la parabola quasi picaresca delle ‘povere ossa’ del Duce […] Attore-autore di ghignante matrice colta e di burlevole umore iconoclasta, Timpano a un certo punto bypassa il Dux del fascismo e si getta in una ribollente invettiva contro tutta la tradizione della retorica patriottarda […] Dunque, pure un piccolo, bizzarro, ma intelligente spettacolo può invitare gli spettatori a fare i conti con le invarianti strutturali della italianità profonda, capace di sintetizzare al peggio l’individualismo menefreghista e lo spirito di aggreggiamento vigliacco e conformista. Non fosse che per questo il Dux in scatola di Daniele Timpano merita una sincera lode.”
Marco Palladini - Retididedalus.it
“[…] il petrolinismo, il narcisismo mimico alla Carmelo Bene di Daniele Timpano, un ebreo-che-ride, e fa ridere davvero tanto, sia pure nella sua (posticcia) identificazione con la salma ghignante di Mussolini sfracellato a Piazzale Loreto, poi simbolicamente resuscitato nella Pasqua del 1946 grazie al trafugamento dei resti ad opera di tre cherubini neofascisti, infine resuscitato senza mezzi termini e anzi più bello e superbo che pria nel sorriso soddisfatto di Silvio Berlusconi. […] Timpano sceglie l’ambiguità […] E riesce ad essere più sferzante, più caustico, pur nel suo strambo, irresistibile aplomb o nella comicità degli spunti parodici in cui fa il verso alla retorica fascista (e non solo). Tra scena e platea qui c’è piuttosto una colpevole connivenza, nel segno della fede fascista: Timpano, impersonando il cadavere di Mussolini, che dal buio del baule in cui è sepolto assiste divertito al gattopardesco passaggio dal regime alla cosiddetta democrazia, riscopre in sé, e in tutti noi, una predisposizione biologica al fascismo. Quasi che la puzza della mussoliniana decomposizione – un leit-motiv dello spettacolo – appesti ancora l’aria della Penisola.”
Massimiliano Felli – Lettera22.it
“È un piacere per la vista e l'udito la grammatica e la sintassi teatrale dell'autore-attore romano. Quel suo reiterare ossessivamente le stesse frasi e gli stessi gesti; quel suo balbettare ed impappinarsi che da potenziale difetto diviene quasi il punto di forza della sua resa attoriale; quel suo sottolineare gestualmente determinate frasi, l'unire parola e movimento in un tutt'uno assolutamente insignificante eppure denso di ogni senso: tutto rimanda all'esperienza dell'ascolto di una lingua sconosciuta, assolutamente incomprensibile eppure eufonica; indecifrabile ma di cui si intuisce comunque la presenza di una coerenza interna, di una grammatica, di regole sintattiche e fonetiche. La vera drammaturgia sta in quel segno - il corpo teatralizzato dell'attore - arricchito ed esaltato dallo stridio col referente di cui proclama essere portatore - il fascismo”
Fabio Massimo Franceschelli - Amnesiavivace.it
“La rappresentazione risulta straniante [...] in un rapido e a volte stordente flusso di parole, si presenta egli stesso, con la sua fisionomia poco “romana”, come Mussolini o come Timpano medesimo. In questo modo, i due piani si vengono ad intersecare (o a sommare?) in un caleidoscopio di storia, di aneddotica, di citazioni tra le più variegate [...] il risultato è un Mussolini-macchietta, gesticolato, urlato ma alla fine sinceramente filtrato dalla personalità e dalla vita dell’attore, la sentita e caustica testimonianza di ciò che rimane [...] nella cultura di oggi di un personaggio tanto rilevante ed importante per la storia italiana.”
Alberto Fornasier – Teatro.org
"Dux in scatola è un bel monologo, uno spettacolo che, finalmente, ti fa credere nell'esistenza di giovani drammaturghi che sanno dove si trovano, ovvero in un presente piccolo piccolo, che di storia addosso se ne porta davvero poca. [...] Daniele Timpano autore e regista senza morale, che non significa immorale, ma semplicemente uomo libero da ogni indottrinamento [...] la voce di Timpano capace di scoordinare ogni senso, anche quello che sulla carta appare come irrevocabile. [...] È il corpo del duce l'eroico personaggio che si staglia sulla scena, che si raggomitola nella cassa, che alza il palmo aperto; ed è sempre l'eccellente volto del duce ad essere drasticamente trasformato dal 'giudaico' naso di Daniele Timpano [...] Il corpo del duce non è integro, il corpo del duce è disturbato da Timpano, che lo pungola, che lo azzanna, che si azzanna; [...] Timpano [...] è spietatamente preciso, con forbicine e bisturi tagliuzza il testo, non lo racconta, ma lo fa a pezzi [...] non 'concede il suo corpo' al teatro di denuncia, rimane lì, rigido, in una terra di nessuno, che è poi la nostra.”
Daria Balducelli – Daemonmagazine.it
“La scatola è in realtà un baule, un’urna cineraria, una bara – quella della salma di Benito Mussolini. E il Duce è Daniele Timpano, che vive per una sera uno sdoppiamento iperbolico, improbabile: per cinquanta minuti sarà sia sé stesso che il cadavere del dittatore italico […]. In questa ‘autobiografia di una salma’ ritroviamo l’ispirazione ingenua e ironica, gli accessi e gli inciampi, la stilizzazione irrequieta e irresistibile del migliore Timpano, sempre in bilico fra la rivisitazione farsesca e il racconto dell’episodio storico. Ci diverte e ci indispone, quel Duce magro e paradossale, ci fa ridere, ci sfida. Come può? Come osa? Ah, già: in fondo è lui che detta le regole. Alla fine, andiamo via tutti carichi, con le mani rotte per gli applausi.”
Giorgio Merlonghi – Dramma.it
“[…] i meccanismi stessi del teatro di narrazione vengono beffardamente stravolti, in uno spettacolo costellato di depistaggi drammaturgici che allacciano con lo spettatore un gioco a rimpiattino che vede sempre lui, Timpano, a tirare le redini con la sua faccia smarrita da eroe per caso. D'altro canto, la sorpresa sta anche nel fatto che l'argomento scelto per il suo monologo non è di quelli facili da mandar giù […] Eppure lui ci ride, scherzando col fuoco, dosando scene (splendide) di slittamenti sovrapposti dei personaggi con l'interprete, e scene più ostiche, dove anche avendo la cognizione del luogo 'mitico' della scena rispetto alla storia (Timpano irride i meccanismi della narrazione come mezzo di conoscenza della storia, sia pure basando la sua opera sui fatti storici) si fa un po' fatica a ridere di alcuni particolari di violenza e morte.”
Stefano Casi - Teatridivita.it
“Sul palco, un baule e un uomo, solo col suo talento, a raccontarci una storia; la storia lugubre di un cadavere ‘eccellente’ e scomodo: il cadavere di Benito Mussolini. E la domanda che forse tutti, compresa me, si pongono, è: ‘Perché?’. Perché riportare alla luce questa storia sepolta nell'ombra di un passato di cui sbarazzarsi, un passato che certo qualcuno vorrebbe dimenticare?! Qualcuno, forse, ma non il nostro eroico artista, così valoroso e coraggioso, capace di darsi con tutto se stesso per emozionarci, di mettersi a nudo per divertirci, in un gioco di ‘luci’ e ‘ombre’ ambiguo e ironico, a tratti crudele, ma a sprazzi poetico, e in fondo, morale, se non altro, nell'opporsi a ogni sorta di moralismo e conformismo politico e culturale, nel denunciare ogni forma di corruzione e manipolazione, nel modo più dissacratorio e provocatorio possibile.
Ma, al contrario di quel che potrebbe sembrare, non ci sono messaggi da imparare, né valori da insegnare, solo il tentativo, ben riuscito, di restare comunque in bilico tra realtà storica e verità ideologiche, di cercare punti di rottura, più che di equilibrio, per trovare forse il senso più vero e reale di quegli stessi valori."
Sara Dicorato - Amnesiavivace.it
“[...] uno dei progetti più interessanti e ignorati dell’ultima edizione del Premio Scenario [...] Daniele Timpano riesce a raccontare tutte le traversie occorse al corpo del duce con un cambio di registri interpretativi davvero notevoli che hanno nell'uso della gestualità che non accompagna mai banalmente la parola ma anzi all'occorrenza ne smorza l'evidente sgradevolezza (ci piacerebbe qualche filo di pietà in più per il povero corpo) il suo più evidente pregio.”
Mario Bianchi – Rivista di Teatro Ragazzi EOLO
“[…] segno surreale si ritrova […] bella ricerca drammaturgica del giovane Daniele Timpano […] affabulatore che usa però l’arma del non sense e dello humor nero, per raccontare […] episodi della storia italiana dei nostri padri, come l’assassinio di Mussolini dal punto di vista del duce stesso”
Elio Castellana - Liberazione
"dux in scatola [...] è un'operazione ovviamente non apologetica, di un artista che ricostruisce le tragiche vicende del cadavere del Duce dopo piazzale Loreto, ed è stato al centro di molte polemiche, addirittura giudicato revisionista solo perché rievoca quei fatti."
Valter Delle Donne - Secolo D'Italia
“Si parte dal corpo del protagonista, o almeno da quel che resta di quel corpo, per arrivare all’immaginario popolare evocato da quelle “reliquie”. Timpano, in scena col corpo di Mussolini chiuso dentro una valigia di cartone, ci racconta sdoppiandosi nel Duce e nel Narratore le peripezie di quel cadavere dopo piazzale Loreto. Ma lo fa in maniera […] non lineare, non agiografica e neanche dissacratoria, sul filo dell’ambiguità, del grottesco, di una satira di costume che non avrà pietà, e capace, comunque, di assestare colpi in tutte le direzioni, di far riflettere sui nodi irrisolti della Storia da un punto di vista che Antonio Audino […] definisce ‘la risposta anarco-dadaista al teatro di narrazione’.”
Nico Garrone - Off
"Quando, all'ultimo premio Scenario, Daniele Timpano presentò un assaggio del suo dux in scatola non pensava certo di suscitare un piccolo putiferio. E invece metà della giuria ufficiale voleva espellerlo dal concorso addirittura per apologia di fascismo, mentre l’altra metà insorse in sua difesa. Alla fine non vi fu traccia del nostro nella rosa dei vincitori mentre la giuria-ombra, formata da decine di addetti ai lavori, lo incoronò all’unanimità. […] Timpano si presenta in scena con un baule, dove asserisce riposino le illustri spoglie, disorientando la platea di ogni colore politico con feroce ironia."
Nicola Viesti - Corriere del Mezzogiorno
“Una narrazione dai toni a dir poco spregiudicati […] indubbia originalità attoriale […] si è avvicinato ad una vicenda che tocca nel vivo l’identità politica del nostro Paese […] con aria petrolinesca e strafottente, si aggira nei luoghi più vieti dell’apologia fascista, per poi esporre […] il racconto delle efferatezze subite dal corpo di Mussolini all’atto della pubblica esposizione. La partecipazione emotiva della sua parola richiama il pubblico ad un improvviso cortocircuito etico. Come in una Dogville nostrana, il carnefice si trasforma in vittima, e la vittima in carnefice.
Il giudizio sulla Storia è una questione che riguarda la coscienza dell’individuo, la maniera con cui ciascuno crede di interpretarne i segni. E il lavoro di Timpano, pur con una leggerezza straniante rispetto ad un tema così delicato, si pone esattamente al limite di questo crinale, mettendo lo spettatore nella condizione di un giudizio inequivocabile su se stesso.”
Fabio Acca - Il Corriere di Romagna


