rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA
caccia ‘L drago
di e con Daniele Timpano
fabula in musica di Daniele Timpano e Natale Romolo
ispirata all’opera di J.R.R. Tolkien
Spettacolo vincitore terzo festival "Le voci dell'anima - Incontri teatrali"
ispirata all’opera di J.R.R. Tolkien
Spettacolo vincitore terzo festival "Le voci dell'anima - Incontri teatrali"
di e con Daniele Timpano
musica originale di Natale Romolo
aiuto regia scena costumi di Valentina Cannizzaro
disegno luci di Marco Fumarola
organizzazione di Maria Rita Parisi
una produzione di amnesiA vivacE
in collaborazione con UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
musica originale di Natale Romolo
aiuto regia scena costumi di Valentina Cannizzaro
disegno luci di Marco Fumarola
organizzazione di Maria Rita Parisi
una produzione di amnesiA vivacE
in collaborazione con UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
Le fiabe vanno strappate ai bambini. Ispirato liberamente all’opera di J.R.R.Tolkien, lo spettacolo di amnesiA vivacE cerca di andare in questa direzione. In una scena scabra, essenziale, ben poco fiabesca o bambinesca, un attore racconta per l’ennesima volta la storia di un tranquillo contadino dell’Inghilterra medioevale coinvolto suo malgrado in una caccia al drago et cetera et cetera. Tra continue divagazioni, ritardi, incidenti che ne minacciano il lineare svolgimento, lo spettacolo è il tentativo di raccontare questa storia.
Una partitura per nulla medioevaleggiante, anzi piuttosto novecentesca, accompagna la narrazione ed anima musicalmente gli impulsi ritmici della parola e del gesto.
Un racconto scenico per voce, corpo e pianoforte; insospettabilmente beckettiano, inevitabilmente divertente.
Spettacolo vincitore terzo festival "Le voci dell'anima" con la seguente motivazione:
"Il talento di Timpano è innanzitutto nella sua capacità di ascolto. Più che un uomo è una membrana che assorbe e plasma le vibrazione del pubblico, continuo rimando di impulsi, provocazioni e attese. L'attore complementare a se stesso in un gioco di contrasti condotti con rigore estremo in cui il nucleo corpo-voce-narrato procede dalla sollecitazione di un medesimo impulso. Lo sguardo di Timpano ci cerca e ci tiene, è un torero e sa che non vi sono certezze, è astuto e non si crogiola in vuote furberie attoriali. Una ricerca lucida sull'estetica del linguaggio e sull'evento scenico che propone con una negazione al 'gia visto' cui siamo disabituati; il tentativo, riuscitissimo, di reinventare la realtà e di esplorarla, sorpreso, insieme al suo pubblico."
Musiche originali, una breve nota
Le musiche di scena di Natale Romolo, originariamente concepite per trio di fiati (flauto, clarinetto, trombone), vengono presentate nella loro trascrittura per pianoforte.
In un continuo disequilibrio tra linguaggio tonale e atonalità, si alternano in scena tre forme di intervento musicale, dalla più elementare alla più relativamente complessa: abbiamo dei semplici “stacchi”, con esposizione e ripetizione di temi ed accordi; dei “bordoni” evocativi sui quali, per addizione o per contrasto, si innestano il gesto e parola; delle sezioni in parte improvvisate, dove all’esecutore viene lasciata la libertà di adattare l’andamento ritmico in riferimento alle azioni dell’attore.
Il preludio strumentale, di per sé un brano auto-conclusivo, enuncia una cellula da cui verrà sviluppato, durante il racconto, il successivo sviluppo musicale.
Estratti dalla rassegna stampa:
"Divertente e acutissimo, Daniele Timpano è scosso dai fremiti di una sana follia scenica e potrebbe apparire come la risposta anarco-dadaista all'imperversare del teatro di narrazione. Qui non c'è sfondo sociale, non si ricuce una memoria collettiva, non si concentra significato e storia nella potenza espressiva dell'attore. Semmai accade ttutto il contrario, come ricascando all'indietro in una incapacità novecentesca di costruzione sia drammaturgica che di senso, facendo precipitare l'affollato e fantasioso mondo della fiaba in una vuota stanza beckettiana."
Antonio Audino - Il Sole 24 ore
“Caccia ‘l drago avvolge lo spettatore in un gioco di complicità e divertimento: la cifra «politica» - o «civile» - appare quasi per svelamento successivo, mostrando il disagio, la solitudine, lo spezzettamento, l'afasia, di un uomo ridotto a balbettii beckettiani, a scatti improvvisi, a un girare a vuoto, ripetendo parole inutili che nascondono mondi di insondabile dolore.”
Andrea Porcheddu - DelTeatro
"Daniele Timpano in caccia 'L drago ha dimostrato di sapere umanizzare il teatro e di possedere una forte capacità di fascinazione scenica. Ha regalato al pubblico piacere e divertimento, dimostrando di essere più bravo del giovane Fo. Una forza della natura."
A. Petrini - Hystrio
"Un ambiente angusto contro regni sterminati, un unico affabulatore contro eserciti e popolazioni rurali. Sballottolati tra la sua formidabile vis comica, una scena sospesa e una fiaba irrequieta, non possiamo fare altro che credergli."
G. Graziani - Carta
"La magia del teatro delle piccole cose, quelle che costringono l'immaginazione a esercitarsi"
G. Merlonghi - drammaturgie (www.dramma.it)
"L’idea che si ha è quella semplice e accattivante di un bambino che gioca nella sua stanza. Il racconto rapisce e l’ironia dell’interpretazione è sottile e implacabile, seminando risate e senso di paradosso tra il pubblico."
G. Linari - amnesiA vivacE - rivista # 5 (www.amnesiavivace.com)
Caccia ‘L 900. Appunti su Tolkien, Beckett, Joyce
di Daniele Timpano
1-una premessa
Le fiabe vanno strappate ai bambini. Lo spettacolo di amnesiA vivacE “caccia ‘L drago – Fabula in musica da J.R.R. Tolkien” cerca di andare in questa direzione. In una scena scabra, essenziale, ben poco fiabesca o bambinesca – un baule, un ombrello, un telo nero, poco altro- un attore tenta per l’ennesima volta di raccontare una storia, tra continue divagazioni, ritardi e incidenti che ne minacciano il lineare svolgimento. Una partitura per nulla medioevaleggiante, anzi piuttosto novecentesca, accompagna la narrazione ed anima musicalmente gli impulsi ritmici della parola, nel racconto vero e proprio come nel gesto.
Una voce, un corpo, un pianoforte: l’essenzialità è una complicazione, ma anche uno dei grossi pregi del teatro.
Uno spettacolo da Tolkien? Ma no, non è vero! Se fosse vero i casi sarebbero due: una scelta ideologica o una scelta commerciale. No. E nemmeno la terza e peggiore delle ipotesi: una scelta neutra.
Tolkien non è qui per caso: il Tolkien antimodernista, il professorotto di Oxford, il creatore di mondi e di linguaggi, l’evasore fiscale dalla Modernità viene qui -con arbitrario e violento atto amorevole- spietatamente ricollocato nel contesto culturale e musicale opprimente della modernità; viene tuffato in pieno ‘900 e l’effetto è stridente e soffocante.
2-Tolkien e Joyce?
Probabilmente, oltre al “Signore degli Anelli”, non c’è altro romanzo del novecento degno di contrapporsi, per mole, spessore, pretesa universalità, quantità di estimatori e detrattori, a ”L’Ulisse” di Joyce. Le posizioni naturalmente sono all’opposto, pensiamo soprattutto alle cose più evidenti: l’epicizzazione del contemporaneo quotidiano in Joyce (una giornata qualunque della Dublino del 1904), la volenterosa resurrezione (1) dell’Epos antico in Tolkien (la creazione di un intero mondo immaginario, il tema del viaggio...); il linguaggio frantumato, totale dell’uno e quello piano, tranquillo, d’immediata comunicazione dell’altro.
3-Tolkien e Beckett!
Se il referente più logico o meglio, il nemico giurato del “Signore degli Anelli” resta “L’Ulisse” e viceversa, ispirandosi al racconto tolkieniano de “Il cacciatore di draghi” Amnesia Vivace ha scelto il Beckett di “Finale di Partita”. Perché? Perché sì. Innanzitutto ci è saltata subito agli occhi l’evidente contrapposizione tra il mondo chiuso in scatola di Beckett da un lato, il seminterrato sperduto nel nulla di “Finale di partita” (la cucina “tre metri per tre metri per tre metri” di cui parla Clov) (2), la stessa frantumazione beckettiana del gesto e dello spazio scenico; dall’altro il mondo vasto, colorato, sostanzialmente affermativo immaginato da Tolkien per questa fiaba medioevaleggiante in cui un contadino, un po’ per fortuna un po’ per innata saggezza contadina e senso pratico, conquista un regno e praticamente soppianta il precedente sovrano di legittimo sangue blu, di alta regalità ma fiacco, debole, molle, anacronistico: in definitiva troppo poco borghese.
Ma quella di Tolkien è una vastità apparente, un mondo vasto ma pur sempre circoscritto e autoreferenziale. Il mondo circoscritto di Beckett al contrario è infinitamente aperto ad ogni possibilità: fuori dal seminterrato che c’è? Un universo infinito, forse lo stesso degli altri suoi testi o forse no. Tolkien prolunga le linee e crea un sistema. Beckett costruisce per frantumi accatastati, non definisce la totalità del suo mondo ma la presuppone.
4- bilancio (con)temporaneo
Ma cos’hanno in comune Tolkien e Beckett? Nulla. Probabilmente non vorrebbero saperne l’uno dell’altro; una buona ragione per metterli insieme in un solo spettacolo. Il contrasto di luce e di ombra ci rende percepibile la realtà, nei suoi volumi, nelle sue forme geometriche, nei suoi colori; dalla contrapposizione degli opposti avanza la sintesi del reale (3); contrapponendo Tolkien a Beckett si evidenzia lo scarto dell’uno dall’altro ed è possibile collocare in una luce finalmente obiettiva entrambi, due autori così lontani tra loro eppure vissuti in un contesto comune, il novecento di Schönberg e del surrealismo, di Hiroshima e di Auschwitz. La società moderna fa di noi dei disadattati, ci frantuma e disorienta e violenta, dalla stessa causa due effetti diametralmente diversi. Questo ci affascina. Da soli, e l’uno e l’altro, non valgono quanto valgono assieme: insieme milluplicano la loro portata deflagrante, la loro forza polemica. Sì.
(1) Si potrebbe addirittura parlare di zombificazione, soprattutto pensando al contagio che l’epos tolkieniano ha insufflato nell’epigonato industriale che ne è susseguito (da Terry Brooks a Harry Potter passando per Dragonlance e Dungeons & Dragons).
(2) Cfr. S. Beckett, Finale di partita, Einaudi, Torino 1990, p. 6
(3) Eraclito: “L’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia”,fr.8 in H. Diels-W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlino 1951-52
Daniele Timpano
Autore-attore, regista. Daniele Timpano nasce a Roma il 18 maggio del 1974. Frequenta il biennio di recitazione presso il Conservatorio teatrale di G. B. Diotajuti e M° Antonio Pierfederici. Seminari con Fiorella D'Angelo (mimica Orazio Costa), Alfio Petrini (drammaturgia- Teatro Totale), Luca Negroni (commedia dell'Arte), Luis Ibar (direzione scenica). Come attore ha lavorato con Michelangelo Ricci (Finale di Partita, La Meglio Gioventù, Ubu Re), Carlo Emilio Lerici, Francesca Romana Coluzzi, Massimiliano Civica (Grand Guignol). Ha collaborato con diverse compagnie, tra le quali il Teatro dell'Assedio (attuale Teatro del porto) di Livorno, OlivieriRavelli teatro e LABit-laboratorio ipotesi teatro, di Roma.
Fondatore del gruppo Amnesia Vivace, è autore-attore di diversi spettacoli, tra i quali: Storie di un Cirano di pezza; Teneramente Tattico; Profondo Dispari; Oreste da Euripide; caccia 'L drago da J.R.R.Tolkien (spettacolo vincitore della terza edizione del premio Le voci dell'anima - incontri teatrali); Gli uccisori del chiaro di luna – cantata non intonata per F.T. Marinetti e V. Majakovskij. Coordinatore dei laboratori teatrali, letterari e musicali Oreste ex Machina (2003) e Gli uccisori del chiaro di luna (2004) e Fiabbe Itagliane (2005), finanziati dall'Università degli studi di Roma "la Sapienza". Un suo testo inedito, Per amarti meglio!, è stato finalista nella rassegna Napoli drammaturgia in festival 2001 e dramma del mese su dramma.it. E' redattore (e collaboratore) della rivista on line www.amnesiavivace.it e di Ubu Settete, periodico di critica e cultura teatrale sul teatro "underground" romano a diffusione gratuita. È tra gli ideatori e organizzatori della rassegna Ubu Settete – fiera di alterità teatrali romane. Dell’edizione del 2003 è stato direttore artistico.
amnesiA vivacE
(area ricerca ritrovamento e altro)
amnesiA vivacE si occupa di teatro, musica, filosofia ma – soprattutto - di altro.
Gli spettacoli di amnesiA vivacE sono tutti concepiti lungo una linea di ricerca anche musicale, di integrazione tra testo/corpo/note in un continuo disequilibrio tra partitura codificata ed improvvisazione. AmnesiA vivacE ha tenuto laboratori teatrali, letterari e musicali presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed è tra gli organizzatori, assieme ad altre compagnie del Nuovo Teatro romano, della rassegna teatrale UBUsettete! Fiera di alterità teatrali romane, che giunge quest’anno alla sua quarta edizione.
Tra gli eventi extra-teatrali: Scrivere l’Es (ciclo di incontri, performance, concerti sul rapporto tra inconscio e scrittura letteraria e musicale, con interventi di Sylvano Bussotti, Ben Watson, Esther Leslie, Roberto Terrosi); ICE-Z 2 - International Conference of Esemplastic Zappology (la seconda Conferenza Internazionale di Zappologia Esemplastica organizzata in collaborazione con Debra Kadabra e Psicopompoteatro); Impressioni dal cosmo (parole e immagini dai partecipanti per l’Italia alla 11° Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo, Atene 2003); mostre di fotografia, presso la libreria Odradek di Roma (Photo Pride, sul Gay Pride, La Dama e la Candela, Io statua, sul museo della Montemartini, col patrocinio del comune di Roma).
amnesiA vivacE dal 2001 è una associazione culturale, con sede in Roma, che riunisce le esperienze di Daniele Timpano (autore, attore, regista), Marco Maurizi (filosofo, musicista), Valerio Cruciani (autore, fotografo), Costantino Belmonte (poeta, web-designer), Natale Romolo (musicista, compositore), Francesca La Scala e Valentina Cannizzaro (attrici), con la collaborazione di Michela Gentili (cantante, danzatrice), Simone Mancini (grafico), Marzio Venuti Mazzi (musicista, tecnico del suono).
amnesiA vivacE dal 2002 è anche una rivista on line di teatro, critica dell'arte e della società a cadenza trimestrale (www.amnesiavivace.it)


