MUTA IMAGO [Roma]
(a+b) ³
DATA UNICA spettacolo in ANTEPRIMA
progetto e regia Claudia Sorace
drammaturgia / suono Riccardo Fazi
cubo Massimo Troncanetti
vestiti Fiamma Benvignati
registrazioni audio Federica Giuliano
con Riccardo Fazi, Claudia Sorace

cubo Massimo Troncanetti
vestiti Fiamma Benvignati
registrazioni audio Federica Giuliano
con Riccardo Fazi, Claudia Sorace

LO SPETTACOLO (a + b)³ E' PRESENTATO IN ANTEPRIMA,
DEBUTTERA' AD APRILE 2008 ALL'INTERNO DELLA RASSEGNA
MEKANE'
visioni sceniche e macchinerie teatrali
DEBUTTERA' AD APRILE 2008 ALL'INTERNO DELLA RASSEGNA
MEKANE'
visioni sceniche e macchinerie teatrali
Ci sono un ragazzo e una ragazza, due figurine felici che si preparano per uscire: mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, fino a fermarsi di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili. Poi arriva la guerra.
“Il gruppo sembra raccogliere il testimone di una teatralità concettuale ed umanissima, visionaria e comunicativa, performativa ed attoriale.”
Andrea Porcheddu, Off 21/02/07
“Quello che colpisce è la perfezione assoluta del gioco scenico, la precisione, l’esattezza, e quindi l’eleganza e l’armonia dei passaggi, la nitidezza formale di questo continuo rilancio di fantasie, la straordinaria capacità evocativa, più narrativa che simbolica, e, finalmente, più descrittiva che concettuale.”
Antonio Audino, Il Sole 24 Ore 03/06/07

(a + b)³ nasce che io non c’ero. Lo spettacolo debuttò in maniera multiforme e gargantuelica al festival Enzimi, a Roma, mentre io mi trovavo a Berlino ad assistere Caden Manson e il Big Art Group. Ne seguivo le tracce disperse nella rete, di quello strano lavoro, mentre cresceva e si sviluppava senza di me: le mail di Claudia prima, poi le fotografie sul blog del festival, i commenti del pubblico. E più lo seguivo, dalla mia solitudine berlinese, più mi ci affezionavo. Per me era casa, affetto, creazione e futuro.
Come tutti i nostri spettacoli migliori, anche (a + b)³ è nato di fretta. Enzimi aveva scelto di presentare all’interno del festival comeacqua, ma all’ultimo momento per ragioni tecniche si scoprí che lo spettacolo non si poteva più fare.
Loro volevano qualcosa da fare in piazza, che intervenisse in maniera diretta sul territorio (Enzimi quest’anno si svolgeva nel quartiere popolare di San Lorenzo), qualcosa che si avvicinasse più all’installazione che allo spettacolo teatrale vero e proprio.
Noi avevamo una settimana per trovare qualcosa di adattabile, di poco ingombro, ma che riuscisse allo stesso tempo ad attirare l’attenzione della gran massa di persone che ogni anno visita il festival.
L’idea, in realtà, ci folgorò prima ancora di uscire dall’ufficio di Zone Attive. Avremmo preso uno dei cubi di legno della scenografia di Don Giovanni, quello di grandezza media, due metri per due, e lo avremmo sistemato al centro di Piazza dell’Immacolata, dotato di impianto luci/video/audio autonomo e completamente gestito dai due performer che ci avrebbero vissuto dentro, ogni sera, per tutta la durata dell’evento.
Era troppo tardi per trovare i performer? Tanto meglio, nel cubo ci sarebbero stati Claudia e Massimo, la regista e lo scenografo. Sarebbe stata un’ottima occasione per mettere in pratica sperimentando su se stessi alcune teorie di cui si discuteva da tempo.
Questo era lo spettacolo all’inizio: quattro metri cubi di piazza in funzione per quattro giorni, quattro ore al giorno e due persone al lavoro che al suo interno iniziano mille storie possibili con tutto quello che si trovano tra le mani: liquidi, suoni, tessuti, vetri, corpi, computer, proiettori, fili, cartoni, fornelli, radiogiornali, lampadine, cristalli, ombre, uncini, bottiglie, colle, cartoni animati, mollette, lettere, specchi.
La cosa funziona: questo cubo strano, con il suo ronzio ininterrotto, che a volte si addormentava, a volte esplodeva in un frastuono, ideato per fare da sfondo al passaggio delle persone, finí per fermarle, le persone, che rimanevano lí davanti a guardare.
La gente lo vede e se ne innamora: il Rialtosantambrogio lo vuole per la serata d’inaugurazione del festival Ubusettete, anche il trimestrale Hystrio commenta positivamente l’operazione all’interno della rassegna Enzimi.
Ma il cubo scalpita, vuole diventare grande.
Io torno a Roma e Claudia in macchina di ritorno dall’aeroporto mi dice che bisogna trasformare il cubo in uno spettacolo vero. A e B dovevano diventare i protagonisti di una storia, ma senza che il cubo perdesse un’oncia del suo spirito ribelle e creativo. Il lavoro doveva acquistare tutti gli elementi della consequenzialità, della narrazione, ma allo stesso tempo doveva lasciare lo spettatore libero di fare associazioni, di prendere (perdere) tempo durante la visione. Doveva avere le caratteristiche del sogno.
Io avevo due persone, un uomo e una donna. E il cubo. Centinaia di suggestioni diverse rispetto al lavoro che Claudia e Massimo avevano svolto in precedenza. Ma più li vedevo lí dentro e più mi rendevo conto che quella scatola delle meraviglie non doveva aver paura di aprirsi, di raccontare cose molto più grandi di lei.
Allora ecco una coppia d’amanti, una guerra che scoppia all’improvviso, partenze, battaglie, solitudini, lettere, viaggi, incontri, ricerche: frammenti di immagini e di testi, un contrappunto registrato di conversazioni private, trasmissioni radiofoniche, appunti telefonici, dispacci radiotelegrafati e brani dell’Orlando Furioso, fanno della guerra il contesto dell’azione, e della ricerca il tema di fondo.
Di nuovo il tutto cercando di mettere in scena qualcosa in modo che chi la veda possa farne qualcosa vedendola.
Nel frattempo, Massimo decide di uscire dal cubo. Non se la sente di continuare a stare lí dentro, vuole tornare a costruire. A dieci giorni dal debutto del capitolo primo, che sarebbe andato in scena all’interno del festival Ubusettete, muovo i miei primi passi nel cubo. Questa volta il contatto con la creazione deve essere più vicino. Non servono attori, perché non serve interpretare, siamo noi che raccontiamo, che ci mettiamo in scena con i nostri personaggi. C’è bisogno di un rapporto più stretto con gli elementi dello spettacolo, meno mediato e il più lontano possibile dall’esecuzione. Siamo noi stessi ad andare in scena, io e Claudia, a raccontare la storia della signora A e del signor B. E della guerra che li separa.
Riccardo Fazi


