15/05/07 - 16/05/07 22
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BIANCOFANGO presenta
IN PUNTA DI PIEDI

BODYSHOT corpo e movimento – II EDIZIONE

ideazione, interpretazione e regia Andrea Trapani
collaborazione alla drammaturgia e alla messa in scena Francesca Macrì
disegno luci Mirko Maria Coletti



Nuovamente in scena il 15 e 16 maggio al Rialtosantambrogio di Roma: “In punta di piedi”, un monologo sulla periferia del calcio messo in scena dalla compagnia Biancofango. E’ diretto e interpretato da Andrea Trapani, attore-autore toscano diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, con la collaborazione di Francesca Macrì, giovane drammaturga milanese.

Lo spettacolo affronta il tema del calcio giovanile e del destino grottesco di un adolescente inadatto al gioco e quindi eternamente destinato alla panchina. E’ una domenica mattina qualunque, alla fine degli anni Ottanta: anni di un calcio ancora genuino, non trasfigurato dal potere di televisioni e mass media, anni di marcature a uomo, di duelli corpo a corpo e di numeri sulle maglie a fissare ruoli ben precisi.

Siamo in un qualunque campetto di periferia toscano, di quelli dove l’erba non cresce mai. Mastino, il terzino destro protagonista del monologo, si prepara ad assistere ad un’ennesima, lunghissima domenica da escluso. All’atroce rimpianto di non essere in campo si sovrappone l’amore per una fanciulla che, a partita in corso, entra in campo e va incontro all’eterno rivale, l’ala sinistra dai piedi d’oro. Quando, sotto gli occhi stupiti di tutti e contro il volere dell’allenatore, Mastino entrerà in campo si troverà ad affrontare se stesso e i propri fantasmi adolescenziali lungo la linea bianca che lo separa dalla panchina, e in una danza carnivora inseguirà fino a perdersi il sapore della sconfitta.
Mastino è un eroe mancato, una funzione tragica impotente e dolcissima, raccontata con angosciante leggerezza attraverso le parole del corpo. In punta di piedi.



IN PUNTA DI PIEDI


Insomma cos’é che la ipnotizza nel calcio, Pasolini?

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E’ rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo”.

Guido Gerosa intervista P.P.Pasolini
“L’Europeo”, 31 Dicembre 1970

Firenze, l’adolescenza e il calcio.
In punta di piedi nasce dall’intreccio di queste tre tematiche e dai profumi persistenti di quegli anni ’80 ancora troppo vicini per guardarli come una vecchia fotografia e a sufficienza lontani per avvertirne sulla pelle la ferocia della memoria.
Un adolescente e la sua città, bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse, colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla.
Un adolescente e l’ossessione di una generazione, un fanatismo lungo un secolo: il gioco del calcio.
Nelle parole di Pasolini si può e si deve avvertire la forza di un simbolo, quale quello calcistico, che è stato in grado di unire migliaia di corpi in una sola e unica anima. Troppe poche altre realtà sono riuscite, in questo lungo ‘900, a spingersi così in profondità nella ritualità.
Il calcio ha vinto. Ha stra-vinto. Ma con il passare del tempo, degli anni, qualcosa in questa ritualità si è rotto, il potere delle televisioni e dei mass media ne hanno deturpato la genuinità e gli anni ottanta hanno immortalato la parabola finale di un calcio ritualizzato che stava per consegnarsi alla luce accecante della spettacolarizzazione mediatica. Niente sarebbe più stato lo stesso.
Questi sono gli anni di Mastino, il protagonista di questo monologo: gli anni della marcatura ad uomo, dei duelli corpo a corpo e dei numeri sulle maglie a fissare ruoli ben precisi.
E’ una domenica mattina qualunque, in un qualunque campetto di periferia toscano, di quelli dove l’erba non cresce mai. Mastino vorrebbe giocare, ma il mister lo relega, come sempre, al ruolo di panchinaro. Come giocatore è piuttosto scarso e frequenti sono le occasioni in cui gli viene fatta notare la sua inattitudine al gioco del calcio, ma come spesso accade a diciotto anni, certe verità sono piuttosto faticose da capire e, ancor più, da accettare. A diciotto anni fuori dal calcio spesso può voler dire fuori dal giro, il giro giusto, che ti fa sentire parte di un tutto, a scuola come a passeggio per i quartieri della città.
Dalla panchina Mastino vive l’agonia di un’ennesima, lunghissima domenica da escluso.
Guarda la partita, dialoga con il mister, parla di sé e del suo eterno rivale, quel numero 11 nel campo da calcio come nella vita: Golgòl, soprannominato così per la sua abitudine a ricalciare il pallone una volta entrato in rete, come a specificare che è suo il piede che ha dato vita alla mossa vincente. Questo giovane fantasista é il simbolo di tutta la sofferenza di Mastino perché è tutto quello che lui, a diciotto anni, non riesce ad essere.
Seduto su questa panchina-prigione Mastino lo guarda, lo ammira e lo odia.
I minuti scorrono uguali ad ogni domenica fino a quando l’arrivo di una fanciulla non stravolge la consuetudine spingendo Mastino a disobbedire al mister, pur di entrare in campo, per giocare, una volta per tutte, la sua partita. Forse l’ultima.

NOTE DI REGIA

In punta di piedi è insieme un ritorno e un addio.
Un adolescente e la sua città. Firenze. Bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse, colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla. Troppe volte mi ha lasciato a bocca aperta, con una bestemmia in gola, ad annusare eleganza e poesia, a calciare più parole che palloni. A Firenze non esiste una sola parola che sia detta a caso: tutto ha un significato. Là, dove gli sguardi sono schiaffi, le parole non sono da meno. Ci si fa a botte. Ogni parola è una frustata, usata per far male, ogni discorso un combattimento in cui conta vincere e alla fine non importa darsi la mano.
A Firenze, oltre a un’invettiva, voglio chiedere anche scusa e se avesse occhi per guardare vorrei che, almeno per una sera, fossero i miei …

Un adolescente e il calcio. Il calcio che qui non ha il profumo degli album di figurine, dello stringersi tutti insieme davanti alla tv quando gioca la nazionale, delle prodezze dei Maradona di turno che alleviano la fatica del vivere quotidiano. Ha l’odore delle partite nei piazzali sotto casa, con palloni sgonfi o lattine vuote, con i giubbetti a far da pali e le mamme che all’imbrunire si affacciano dai balconi per dire che la cena é pronta e che la partita l’avremmo finita l’indomani. E come spiegare loro che la partita non sarebbe mai finita e che saremmo stati in piedi tutta la notte pur di giocare?
E’ il calcio giovanile, quel piccolo limbo non ancora illuminato dai riflettori, quello che si gioca su campetti di terra secca, dove crescono pochi fili d’erba, dove se piove il fango diventa simile al mare e vi si può nuotare, dove i pochi spettatori sono i propri genitori.
Io non ho mai saputo giocare a calcio, ma avrei tanto voluto saperlo fare. Ricordo un’adolescenza sportiva passata a scalciare gli anni con la stessa forza con cui buttavo la palla in fallo laterale.
Ero un difensore, un terzino destro, destinato per tutta la partita ad avere lo sguardo incollato alle spalle dell’attaccante e seguirlo anche “ quando va a pisciare …” come diceva il mio allenatore. Ma perché continuare a giocare se non si vuol giocare?

… così come i difensori di una volta avevano lo sguardo annebbiato dalle spalle degli attaccanti, in questo spettacolo mi sono nascosto dietro i fantasmi del mio passato. Ho cercato di non perderli, li ho marcati ad uomo, mi sono stupito ancora una volta del loro respiro, sono riuscito ad evitare almeno i tunnel e forse per la prima volta ho giocato la mia onesta partita.
Solo adesso che il lavoro è finito, posso voltarmi e, con occhi liberi dal sudore e dalle immagini con cui a lungo ho palleggiato prima di lasciarle partire, mi ritrovo con un quadro vuoto, da riempire ogni sera e con un corpo che lotta fino all’ultimo respiro perché non ne resti solo la cornice.

Questo spettacolo è dedicato a tutti quelli che, come me, il calcio, dopo averlo anche odiato, ora lo vorrebbero poter amare …


Biancofango nasce dall’incontro fra due persone d’età e impronta formativa differente, ma unite dalla medesima urgenza di pensare e condividere il teatro: Andrea Trapani e Francesca Macrì.
Andrea, attore-autore toscano, diplomato in recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” nel 2000, alterna, nei primi anni della sua carriera, esperienze su palcoscenici ufficiali (lavora con, fra gli altri, Scaparro, Camilleri, Polidoro) ad altre più strettamente di ricerca (Luciano Colavero, Pierpaolo Sepe, Massimiliano Civica). La necessità di intraprendere un percorso autoriale si fa strada lentamente, ma con sempre maggiore decisione, anche perché si tratta di riprendere un sentiero già avviato in giovanissima età, prima della frequentazione dell’Accademia, e poi accantonato, in attesa di una più consapevole attorialità. Il primo passo in questa direzione è un cortometraggio in pellicola dal titolo “A porta vuota”, che ottiene buoni riscontri di pubblico e critica ed è selezionato anche per il RIFF, Roma Indipendent Film Festival e per il Festival di Imola. Ma è il teatro e, più propriamente, quel confine fra l’attorialità e l’autorialità il terreno su cui sente di dover e poter camminare e ricercare. Dall’incontro con Francesca Macrì, e da un comune lavoro di due anni sulla scena, matura così la decisone di fondare una compagnia denominata “Biancofango” e di realizzare la trilogia “Nei dintorni dell’inettitudine. Linea bianca + panchina” di cui il monologo, scritto e messo in scena da entrambi, In punta di piedi, finalista al festival Vesuvio Sport Opera, è il primo passo. Lo spettacolo, che ha deuttato al teatro Furio Camillo di Roma nel gennaio scorso, ha riscosso, in quella e altre piazze, notevoli apprezzamenti. Al momento è in corso la preparazione del secondo passo della trilogia, uno spettacolo liberamente ispirato a un ricordo dal sottosuolo di F. Dostoevskij e realizzato con la collaborazione di un attore esterno alla compagnia, Lorenzo Acquaviva.
Francesca Macrì, giovane drammaturga e regista milanese, si é laureata a Pavia in Storia del Teatro e nel medesimo ateneo è parte attiva del Laboratorio di Drammaturgia Antica con il quale lavora da due anni alla riscrittura di testi antichi. Ha unito al percorso universitario la frequentazione assidua di esperienze laboratoriali. Ha lavorato con Cesar Brie e Bread and Puppet. Conduce da tre anni laboratori di riscrittura originale, liberamente ispirata a tragedie note dell’antichità e della modernità.
E’ coautrice del testo In punta di piedi e de La spallata, attualmente in corso, ha scritto e pubblicato diversi racconti.

Linea bianca + panchina
ovvero viaggio nei dintorni dell’inettitudine

E’ il titolo della trilogia su cui la Compagnia Biancofango ha progettato di lavorare nel prossimo biennio. Di questo progetto In punta di piedi è il primo passo.
Il proposito è di indagare simultaneamente su due fronti principali: tematico e scenografico.

1. Livello tematico: viaggio nei dintorni dell’inettitudine
Ricerca sul senso e sulle conseguenze del fallimento, personale e quasi sempre intriso di tragicità, di un uomo alle prese con la propria in-attitudine a vivere. I tre passi della trilogia si vogliono soffermare su tre momenti differenti della vita: l’adolescenza, la giovinezza e la maturità. Tre personaggi, che in fasi diversi della loro vita, si trovano a dover, in qualche modo, ri-guardare in dietro (o altrove?) e affrontare una perdita d’identità nata e alimentata da un confronto, quasi sempre esasperato e privo di vie d’uscita, con un altro diverso da sé e inevitabilmente percepito come migliore.
I testi di riferimento, nell’ordine di età sopra dato, sono: “In punta di piedi”, una riscrittura liberamente ispirata ai “Ricordi dal sottosuolo” di Dostoevskij, con la collaborazione di un secondo attore esterno alla compagnia e infine, una riscrittura, che per ora crediamo monologante, liberamente tratta dal “Soccombente” di Thomas Bernhard e che riguarderebbe gli ultimi momenti o giorni di vita del protagonista Werthemeir, prima del suicidio.

2. Livello scenografico: trilogia di una linea bianca più una panchina
Questo, sinteticamente, è l’obbiettivo. Commossi e oltremodo colpiti dalla molteplice poeticità (pittorica, ma non solo) di taluni elementi scenici, ci siamo domandati se, e come, fosse possibile dare loro più vita e poterli così abitare completamente. In questa prospettiva, la linea bianca e la panchina sono stati eletti a elementi scenici sempre presenti nei tre passi della trilogia, solo ogni volta utilizzati ed esplorati in maniera differente, nella ricerca di un equilibrio, talvolta più stimolante nel disequilibrio, di un corpo attoriale che si cede alla parola e alla scena per consegnarsi al lirismo.

In punta di piedi è andato in scena:

1. Teatro Furio Camillo, Roma, gennaio-febbraio 2006
2. Teatro della Dodicesima, Spinaceto, aprile 2006
3. Teatro Officina, Milano, maggio 2006
4. Festival ETM, Merate, giugno 2006
5. Festival Teatri Invisibili, Teatro dell’Arancio, Grottammare, settembre 2006
6. Rassegna teatrale: Ubu Settete!, RialtoSantambrogio, Roma, novembre 2006
7. Teatro Ygramul, Roma, gennaio 2007
8. Officina Giovani Cantieri Culturali, Prato, febbraio 2007
9. Rassegna teatrale: BODYSHOT, Rialto Santambrogio, Roma, maggio 2007


7 categorie assegnate a questo evento:

teatro musica danza fotografia rassegna movimento corpo

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