12/12/06 - 21/12/06 21
?
CONTEMPORANEITADELLA MEMORIA
Gli Occhi della Memoria

rassegna di teatro di racconto sociale
TERZA EDIZIONE

La rassegna GLI OCCHI DELLA MEMORIA giunge alla sua terza edizione, confermandosi come appuntamento ormai acquisito del Rialto, a conferma dell'importanza di una riflessione "altra" sull'elaborazione della memoria rispetto al linguaggio teatrale.
[il testo continua dopo il programma...]



PROGRAMMA DEGLI SPETTACOLI TEATRALI

MARTEDÌ 12, MERCOLEDÌ 13 E GIOVEDÌ 14 DICEMBRE

ore 21:00 sala teatro - piano terra

Armamaxa in
MAMMALITURCHI
di e con Enrico Messina e Micaela Sapienza

ore 22:00 sala auditorium - primo piano

Battello Ebbro presenta
SCIAME - Didattica del militante
di Toni Negri
Traduzione dal francese Sarenco
Regia e video Sandro Mabellini

SABATO 16  ore 21:00 E DOMENICA 17 DICEMBRE ore 21:30

sala teatro - piano terra

Produzione Povera
presenta
CAMURRIA
di e con Gaspare Balsamo

MARTEDÌ 19, MERCOLEDÌ 20 E GIOVEDÌ 21 DICEMBRE

ore 21:00 sala teatro - piano terra

TRABALLANDO
con Giuseppe Boy, Rossella Dassu
ideazione e regia Claudia Pupillo

ore 22:00 sala auditorium - primo piano

DI FIGLIO PADRE, DI FIGLIA MADRE
di e con Alessandro Langiu


[...continua da inizio pagina]
Rimane una doppia linea di attenzione, che ha improntato le due edizioni precedenti: da una parte, la spinta a superare il teatro di narrazione, che finora è sembrato quasi la forma obbligata di proposta della memoria a teatro. Gli spettacoli si confrontano dunque con drammaturgie più complesse, sondando il delicato e sottile confine che può esistere tra finzione, costruzione teatrale, e indagine della realtà storica.
Dall'altra parte, ad agitare la scena è l'incognita della memoria del presente, nel senso di memoria di fatti storici del passato recentissimo, e nel senso di un passato meno recente che non è affatto acquisito e pacificato. Lo scarto tra passato e storia, che quasi mai vengono a coincidere, aprono un campo di incognite: sono queste incognite irrisolte ad accendere la scena.

Lo spettacolo SCIAME – un testo di Toni Negri messo in scena dalla compagnia Battello Ebbro, per la regia di Sandro Mabellini – è uno degli spettacoli si interroga sulla memoria del presente. Si tratta di un lungo monologo sospeso, a partire dalle suggestioni della figura del kamikaze, fantasma modernissimo e terrorizzante, figura latente dell'immaginario contemporaneo.

I pugliesi Armamaxa portano a Roma il loro MAMMALITURCHI, seconda tappa del progetto BRACCIANTI (www.progettobraccianti.it). La prima tappa, lo spettacolo «Braccianti», è stato
accolto dai più importanti festival italiani, con grande risposta di pubblico e critica.
Entrambi gli spettacoli sono stati selezionati dalla CGIL nazionale per le manifestazioni del Centenario. In questo nuovo spettacolo ci raccontano il lavoro stagionale, il confronto col mondo agricolo in un paese che cambia e va verso l'industrializzazione, dai braccianti meridionali del dopoguerra ai migranti colorati, braccianti ancora più meridionali dei nostri giorni.

Produzione Povera di Donatella Franciosi e Gaspare Balsamo presenta lo spettacolo CAMURRIA, struggente e allegra memoria del teatro dei Pupi, rivissuta da un attore trentenne che non ha visto coi propri occhi, ma usa le memorie del nonno per recuperare un rapporto mentale con le generazioni passate.

Altra compagnia in tasferta è Teatro Botanico, in arrivo dalla sardegna con lo spettacolo TRABALLANDO [prodotto da Cada Die Teatro di Cagliari], un racconto dell'emigrazione dall'isola tra il 1950 e il 1970. Tutta Italia ha vissuto come trauma collettivo l'esperienza del distacco che privava di identità tutti gli individui, immettendoli in una corrente di scambi internazionali concordati che ha gettato le prime vere basi dell'Europa del dopoguerra.

Per la terza volta torna a Gli Occhi della Memoria Alessandro Langiu, teatrante tarantino che porterà la sua nuova produzione DI FIGLIO PADRE, DI FIGLIA MADRE.
Uno spettacolo-concerto molto animato, che ha rappresentato la Puglia durante il centenario della CGIL. Sono storie vere dei nonni operai metalmeccanici che raccontano ai figli ed ai nipoti, per aiutarli a resistere ai soprusi dei nuovi datori di lavoro, affaristi e speculatori.

GLI SPETTACOLI IN SCENA

dal 12 al 14 dicembre ore 21:00
Armamaxa Teatro presenta
MAMMA LI TURCHI
errare humanum est



di e con Enrico Messina, Micaela Sapienza
consulenza artistica Federico Toni
disegno luci Michelangelo Campanale, Sebastiano Cascione
ricerca fotografica Pasquale Susca
organizzazione Massimo Momoli

in collaborazione con Provincia di Foggia

con il sostegno di
Tracce di Teatro d’Autore, Pieve di Cento (BO)
Teatro Kismet Opera – I. P. M. “Fornelli” di Bari

e di
La Luna nel Pozzo (Ostuni), Piccolo Parallelo (Romanengo), Santarcangelo dei Teatri (Santarcangelo di Romagna)
Teatro Art’In Scena (Costa Volpino), Zero De Conduite (Napoli)

con il patrocinio di DAMS Salento - Università degli Studi di Lecce

LO SPETTACOLO

Chi sono questi “strani-eroi” dal passo lento e paziente in cammino sul ciglio delle nostre strade? Al lavoro nei nostri campi? E cosa ci lega a loro? Storie. Storie di uomini. E di incontri fatti di silenzi, sguardi , parole a metà, sfoghi incontenibili. A volte l’urgenza di comunicare, a volte la prudenza di studiarti prima.

Come raccontarle? Con quale poesia? Quali parole? E perché?

Mammaliturchi nasce da queste domande, piccole e umanissime, e prova a togliere il velo d’indifferenza sulla questione dell’immigrazione e del lavoro immigrato. Indifferenza che, nata forse dalla paura e dalle differenze, si alimenta ormai solo dell’abitudine. A vederli; ma come se non ci fossero: sulle spiagge ogni estate mentre “noi” ci si riposa, nelle strade, nei campi, sui marciapiedi di notte, ai semafori, nelle stazioni, nei discount delle sottomarche. Troppo lontani per riguardarci davvero da vicino.

Ma i “turchi” oramai sono già qui e sono in tanti, venuti a guadagnarsi la giornata. E ci cambiano la storia, mescolando le loro lingue che “…qualche volta cantano, qualche volta sprofondano nel silenzio…” alla nostra; e che noi, figli di una terra che un tempo ci costrinse ad andare, via, lontano, “noi che siamo stati naviganti senza sapere navigare”, non abbiamo voglia di ascoltare. Ci cambiano la storia; portando con sé storie e narrazioni che, con l’incedere lento e inarrestabile del tempo, arricchiranno le nostre.

Da dove vengono? Non è un mistero. Ma chi sono? Come si chiamano? Nessuno ti racconterà mai una storia se tu non gliene racconti una in cambio. E per questo ci vuole tempo. Tempo.

Non basta il tempo di un semaforo. Ci vuole il tempo lungo del ricordo, della memoria. Il tempo lungo di un paio di scarpe consumate, il tempo lungo di una canzone a 45 giri e quello del vestito buono, il tempo lungo di una giornata al sole passata a guardare le angurie “volare”. Il tempo di dodici peroni, il tempo del confronto. Il tempo di Beppe, di Mario, di Giulio. E quello di Anna. Il tempo del sorgere e del tramontare.

Quel tempo ce lo siamo preso con loro nei campi di angurie e pomodori; e un po’ alla volta le storie sono arrivate…

Lo spettacolo è un viaggio che attraversa e coglie nel loro contrasto più estremo due sguardi sul mondo, quello di noi italiani e quello degli stranieri in Italia, che ogni giorno, e ogni estate puntualmente, s’incrociano senza incontrarsi mai, senza neppure vedersi. Le voci e il corpo degli attori si fanno carico di quegli sguardi, da quelli più feroci e disillusi a quelli più ironici e frivoli, con un contrappunto reso ancora più evidente dal forte contrasto fra musiche leggere e lontane nel tempo, e le voci e le parole dure come pietre delle testimonianze raccolte tra i lavoratori stagionali stranieri.

Un’onda continua che, da picchi di leggerezza e ironia quasi irriverente, precipita lo spettatore nella realtà scomoda e dura del lavoro nero e sfruttato di braccia e gambe che “sono uomini”, per ricongiungerlo infine alle proprie radici: quelle di un popolo che si fece migrante e dovette partire da questa “amara terra mia”.

IL PROGETTO

“Creare nuova memoria”. Queste parole chiudevano il Progetto Braccianti che, sostenuto con lungimiranza e fortuna dalla Provincia di Foggia, dalla Provincia di Bologna e da Tracce di Teatro d’Autore, ha avuto il merito di risvegliare l’attenzione verso uno dei temi cardine della nostra cultura: il lavoro e, in particolare, il lavoro bracciantile.

La ricerca di Armamaxa continua ad indagare il territorio del sociale e della memoria con MAMMALITURCHI, con cui intendiamo, attraverso la fertile mescolanza di teatro, antropologia culturale, fotografia, provare a preservare una “memoria” nell’attimo stesso, per una volta, in cui si sta formando; tessendo un filo, metodologico e prima ancora etico e artistico, che dia continuità al nostro lavoro.

I materiali raccolti nel corso della ricerca stanno costituendo via via una sorta di archivio di questa “nuova memoria” della terra. Sono pubblicati sul sito www.progettobraccianti.it, dove possono essere liberamente consultati, a disposizione di chi, con noi vorrà condividerli, elaborarli, ripensarli, discuterli, raccontarli. È stata inoltre allestita una mostra fotografica - SBARCHI, foto di Pasquale Susca - che accompagna in ogni sua tappa il lavoro teatrale e racconta il frutto prezioso della ricerca.

Una particolare sezione della mostra, MEMORIE IN TRANSITO, è stata inoltre allestita all’interno dell’Istituto Penale Minorile “Fornelli di Bari” in occasione della presentazione del primo studio di Mammaliturchi : le fotografie di Pasquale Susca, visibili per ragioni di riservatezza solo all’interno dell’Istituto, raccontano parte del percorso teatrale, Stranièroi, compiuto dai ragazzi stranieri detenuti con gli attori di Armamaxa. La mostra è stata donata, dopo l’esposizione, all’Istituto Penale Minorile “Fornelli” di Bari.


dal 12 al 14 dicembre ore 22:00
Battello Ebbro
presenta
SCIAME
Didattica del militante
di Toni Negri



traduzione dal francese Sarenco
regia e video Sandro Mabellini
L‘uomo Hossein Taheri
Il coro Diana Hobel
Interprete video Jytte-Merle Bohrensen

Sciame è una tragedia postmoderna: mette in scena un uomo che cerca di resistere con un mezzo che non sia la guerra e di difendersi dalla guerra con l’ esodo da una civilta’ di sfruttamento e di paura. Non piu’ il terrore e la pieta’ - temi della tragedia classica - ma l’ indignazione e la speranza. Un kamikaze tenta di rispondere all’indignazione con l’odio - “morire per vivere” - e in uno stretto dialogo con il coro - arriva a riconoscere la potenza della singolarita’ e della moltitudine: la moltitudine come insieme delle singolarita’ sara’ la risposta al potere. ‘Sciame’ - un percorso in dodici sequenze - segna l’ abbandono dell’ ideologia e celebra l’ irruzione della moltitudine e la figura del resistente contemporaneo, quello che vive ai margini della citta’ e del potere: uomini e donne indignati, sfruttati, disoccupati, immigrati.
Una potenza, una intelligenza collettiva - composta di azione e pensiero di ogni individuo nell’ azione comune - che si oppone al potere, perche’ - spiega Negri - “a fianco della dominazione c’ e’ sempre l’ insubordinazione. Si tratta di scavare dal punto piu’ basso: la’ dove la gente soffre, la’ dove ci sono i piu’ poveri e i piu’ sfruttati, la’ dove i linguaggi e i sensi sono i piu’ separati da ogni potere d’ azione e dove tuttavia esistono. Perche’ tutto questo e’ vita e non morte”.

Toni Negri
Filosofo e uomo politico europeo. Membro del comitato editoriale internazionale Moltitudini. Negri è nato il 1 agosto 1933 a Padova. Molto presto milita nell’Azione cattolica studentesca Gioventù Italiana di Azione Cattolica, aderisce al PSI nel 1956 e vi rimarrà membro fino al 1963, quando comincia a frequentare dei movimenti marxisti, e a partecipare negli anni ’60 all’elaborazione dell’autonomia operaia. Collabora con Mario Tronti ai Quaderni Rossi, e in seguito a Classe Operaia. Nel 1969 è tra I fondatori del gruppo Potere Operaio, che si auto-scioglie nel 1973, per dare vita ad Autonomia Operaia. E’ stato docente all’Università di Padova, alla Scuola Nazionale Superiore della Rue d’Ulm a Parigi, all’Università di Parigi VII, al Collegio Internazionale di Filosofia e all’Università Europea della Ricerca. Accusato nel 1979 di complicità nell’assassinio di Aldo Moro, trascorre quattro anni e mezzo di prigione preventiva dentro un carcere di massima sicurezza, senza subire processi. E’ il momento in cui viene demonizzato come il cattivo maestro, e accusato di associazione sovversiva, di costituzione di banda armata e di insurrezione armata contro I poteri dello Stato. Nel 1983 si presenta come candidato del Partito Radicale di Marco Pannella, viene eletto deputato e, beneficiando dell’immunità parlamentare, esce di prigione. Qualche mese dopo, gli viene negata l’immunità. Fugge in Francia prima di essere arrestato. Dopo 14 anni di esilio, a Parigi, dove anima la rivista Futuro Anteriore, con Michael Hardt, professore di letteratura e di Studi Culturali all’Università di Duke negli Stati Uniti, comincia a scrivere Impero e ad insegnare Scienze Politiche all’Università Parigi VIII. Nel 1997 decide di ritornare in Italia, dove viene subito arrestato e messo in prigione. Finita di scontare la pena, vive oggi tra Roma, Venezia e Parigi. Dirige la rivista Posse, trimestrale di politica, filosofia e moltitudine; lavora con il gruppo altermondialista dei Disobbedienti ad un mensile che si chiama Global. Colui che per molti è stato un maestro negli anni ’70, sembra oggi di nuovo capace di influenzare i più giovani e proseguire con loro il suo lavoro di insubordinazione. Con Impero, che è stato oggetto di un largo successo ed un dibattito a livello mondiale, ispira fortemente il movimento altermondialista.

Per il Teatro, oltre a Sciame, rappresentato per la prima volta nel giugno 2005 al Theatre della Colline di Parigi da Barbara Nicolier, Negri ha scritto un altro testo, intitolato L’uomo piegato.


SABATO 16  ore 21:00 e DOMENICA 17 dicembre ore 21:30
Produzione Povera presenta
CAMURRIA
di e con Gaspare Balsamo


foto di Piero Tauro

musiche originali eseguite dal vivo:

organetto diatonico Alessandro D'Alessandro
dumbek, dayre, tamburello,
melodica, didjeridoo Gianluca Bacconi

Camurria
è la storia di storie
strappate alla memoria.

Camurria è un termine dialettale siciliano, che significa seccatura, noia. Seccante come la voce di un bambino che si mette a camurria, perché per forza vuol sapere.
E’ la storia di una famiglia, di un picciutteddo, di un nonno, di una bisnonna e della sua orazione.
E’ la storia di un puparo e cuntista.
Camurria è la storia di queste storie strappate alla memoria.
Ho visto e ascoltato nelle facce e nelle voci della gente, verità e bugie.
Voglia di raccontare e partecipare, e voglia di non dire nulla, far finta di sapere e far finta di non sapere, silenzi che parlavano e voci che invece non dicevano nulla o ripetevano sempre le stesse cose.
E’ utile e interessante far rivivere attraverso lo sguardo della mente la parte epica e mitica di questo mondo popolato da gente che non c’è più. Muoversi tra l’oralità e la scrittura.
Una memoria che non è un percorso lineare e continuo, ma anzi un viaggio contorto, smemorato e fantasioso che rimette in gioco un modo di fare teatro tanto moderno quanto antico. Ma il tutto calato qui, ora ed in noi, noi che lo facciamo e lo viviamo, questo spettacolo.


martedì 19, mercoledì 20, giovedì 21 dicembre ore 21:00
Teatro Botanico e Cada Die Teatro in coproduzione
presentano
TRABALLANDO



con GIUSEPPE BOY, ROSSELLA DASSU
ideazione e regia CLAUDIA PUPILLO
luci, video e aiuto regia MARCO QUONDAMATTEO
suono LUCA PIGA
organizzazione TEATRO BOTANICO

con il patrocinio di Provincia di Cagliari e Regione Sardegna


Il gruppo con cui lavoro è letteralmente fuggito da casa, per tentare di dare forma a un sogno, andando a vivere - come si usa dire da noi, in Sardegna - “in continente”. Non subito però ha realizzato che inseguire questo sogno significava tornare. La fuga da casa, la prima fuga, è stata quella di chi ha voluto o dovuto, superare una soglia, per noi il mare. Un salto che appare improvvisamente come uno squarcio quando il desiderio di confrontarsi con una dimensione più aperta e dinamica si fa misteriosamente urgente e necessario. Il rischio più immediato è che spesso questa fuga si esaurisce in una sola direzione, il lavoro, gli incontri, le possibilità... e si resta fuori.
Da qui il confronto, tra questa fuga (più recente e attuale, stabile e diffusa), e il salto dell’emigrazione, che ha coinvolto la Sardegna nei decenni passati.
Tema fondamentale il “distacco”, e simbolo del distacco: il viaggio dell’emigrante, che con la sua necessità di migliorare la propria condizione di base, parte per andare alla ricerca di qualcosa di più stabile e sicuro.
Nasce da queste considerazioni il nostro studio teatrale sull’emigrazione, quella che ha riguardato la Sardegna tra il 1950 e il 1970, e che ha coinvolto circa 400.000 persone solo nella nostra isola.
Un movimento di cui ha fatto parte tutta l’Italia povera di quegli anni, che andava a cercare fortuna fuori dalle proprie terre, oltre i confini: in quell’Europa che nasceva, dove grazie ad accordi preliminari e scambi tra i paesi, si sono confuse e perse centinaia di migliaia di risorse umane, scambiate con carbone, per accordi con le miniere belghe per esempio, o con forza lavoro per le fabbriche (Germania, Belgio, Svizzera, Francia) che si irrobustivano nei decenni del boom.
In breve la nostra indagine teatrale e socio-culturale si è concentrata più precisamente sull’emigrazione come perdita. Di fatto, più di un terzo della popolazione sarda si è spostata in quel periodo, un numero, in proporzione ad abitanti e territorio, tra i più elevati, rispetto alle altre regioni d’Italia. Ma noi sardi non ci siamo meritati solo il primato delle partenze, un altro ben più impressionante ci ha riguardato: a un numero considerevole di persone coinvolte, sono stati riscontrati in quel periodo gravi problemi di depressione, di nevrosi e psicosi, dovuti alla difficoltà propria, e insieme della comunità, di ricucire lo strappo avvenuto, e anche alla mancanza di strumenti, da parte di tutti, per superare lo shock della partenza, quello dell’arrivo, e quello del ritorno, quando avveniva un ritorno, in tutti i sensi.
Dall’analisi di queste vicende è venuta l’ideazione dello spettacolo “Traballando” frutto di ricerche svolte con testimoni, esperti, studiosi, e allievi dei corsi. Nel doppio senso del titolo, lavorare in sardo si traduce ‘traballare’, c’è la volontà di parlare del ‘vacillare’ come cedimento fisico e culturale, insieme, un’estrema mancanza, un vuoto di senso tra un appoggio e l’altro, una deriva.
L’attenzione è rivolta più precisamente alle storia di due giovani sposi emigrati: Lucia e Nicola, nomi inventati di storie autentiche, tracce che silenziosamente hanno testimoniato di una avvenuta rivoluzione e della frantumazione dell’identità di un popolo.
Traballando è la descrizione di un viaggio a vuoto.


..La trama è semplice, riassume su di sé una miriade di storie simili, attinte da documenti, carteggi, filmati d’epoca; e il racconto passa attraverso le lettere, segue il filo di una corrispondenza privata, modellata su un’originale ma reinvientata per descrivere stati d’animo e situazioni cha affioravano attraverso le parole. Fulcro di questo lavoro le immagini di grande forza poetica ed evocativa: hanno l’evidenza e l’immediatezza di un sogno, la durezza e il gelo della paura, il fuoco della passione, la dolcezza dell’amore, l’intensità della vita vera che si intravede in controluce in questo percorso visionario…
Anna Brotzu, Week magazine, Bazar, venerdì 14 ottobre 2005

..“Traballando” uno spettacolo violento come un colpo di frusta quasi subliminale nella sua brevità epigrammatica, ma anche necessario perché parla al cuore di un popolo che troppo spesso ha dimenticato la sua storia.
Enrico Pau, La Nuova Sardegna, Martedì 11 ottobre 2005

..La forza di “traballando” è nella semplicità eppure ricchezza di una regia che esalta la presenza scenica degli attori. Giuseppe Boy perfettamente a suo agio in un teatro cui dar vita con l’espressività, Rossella Dassu indomita nel prestare entusiasmo a una giovane catapultata in una realtà durissima. Fatta di lavoro massacrante, di una lingua ostica, dall’amarezza di essere comunque, in patria come qui, cittadini di serie B. Poi c’è la nostalgia, la paura di essere dimenticati dal paese e dai parenti cui sono indirizzate le lettere, unici testi recitati con l’incertezza di chi non è abituato a scrivere, dalla scarsa scolarizzazione… Felice debutto di uno spettacolo che senza mai forzare la mano, restituisce, seppure con leggerezza, tutta l’angoscia della condizione di chi è costretto a partire.
Monica Perozzi, L’Unione Sarda, martedì 11 ottobre 2005


martedì 19, mercoledì 20, giovedì 21 dicembre ore 22:00
Alessandro Langiu / Nemesi Teatro
DI FIGLIO PADRE, DI FIGLIA MADRE



di e con Alessandro Langiu
e con Valnades Art – Trio di chitarre classiche e percussione
voce Marianna Campanile

Abo vive a Taranto. Nel 1990 si diploma e decide di smettere di studiare per cercare lavoro. I suoi amici più cari e i parenti emigrano verso il nord, ma Abo vuole provare a rimanere e a confrontarsi con la sua città. Trovi dei piccoli impieghi come agente immobiliare e come rappresentante: sono i lavori di oggi, veloci a consumarsi e a consumare le persone. Queste esperienze si esauriscono presto e senza nessun risultato. Sullo sfondo il confronto continuo col nonno che è stato operaio ai cantieri navali di Taranto e che ha vissuto le più dure lotte operaie. Abo, deluso, parte per fare il militare. Mentre presta servizio a Buffoluto scopre un archivio militare: vi si parla diffusamente anche del nonno che manifestava contro il fascismo durante le parate militari, era uno dei militanti più accesi dei cantieri navali per la difesa dei diritti degli operai. Abo riflette su un modo nuovo di confrontarsi col lavoro, lontano dai compromessi, fatto di rischi e di riscatto. Dopo un’ulteriore esperienza di lavoro fallimentare, Abo parte per una vacanza a Bologna, dove sono emigrati molti amici. La parentesi bolognese si risolve in eccessi e feste folli. Abo ne torna disfatto, ma proprio quando sembra sopraffatto dallo smarrimento, incontra Stecco, un compagno dei tempi del militare, che lo convince ad andare a lavorare con lui in campagna. Abo accetta e ritrova un rapporto sano col lavoro e con se stesso, lontano dalle forzature e dalla prepotenza della precarietà moderna.




nel quadro del progetto contemporaneità della memoria

con il sostegno di



media partner del progetto contemporaneità della memoria




4 categorie assegnate a questo evento:

teatro rassegna memoria contemporaneità

vedi tutte le categorie

home archivio Gli Occhi della Memoria