tour italiano febbraio/marzo 2005
Jack Rose
Il concerto sarà aperto da Aleksandar Caric (chitarra + voce)

Nell’interesse crescente che la stampa e l’industria discografica stanno dedicando a sonorità presto etichettate come ‘new folk’ (su tutti Devendra Banhart e Cocorosie), capita di venire a contatto con musicisti che, da anni, operano su coordinate simili ma lontani dai circuiti commerciali, intessendo collaborazioni con ‘spiriti affini‘, realizzando dischi spesso interamente strumentali e di difficile reperibilità.
È questo il caso di Jack Rose, attivo da dieci anni assieme a Patrick Best, Mikel Dimmick e Mike Gangloff nei seminali Pelt, autori, nelle parole del critico musicale e scrittore underground Byron Cooley, di un autentico “hillbilly theatre of eternal music”: una particolarissima commistione di psichedelia, elementi free e “primitivismi” folk.
Parallelamente alla band madre, Jack inizia a sviluppare un proprio percorso da solista, concentrandosi sul suono della sua chitarra acustica “fingerpicked”, affinando una tecnica già eccellente, ed elaborando un caleidoscopio sonoro che da una rivisitazione della tradizione folk americana lo porta ad abbracciare influenze indiane (quest’ultime sempre più avvertibili anche nei lavori di Pelt), con un occhio di riguardo per la musica di compositori minimalisti come Henry Flynt, Terry Riley e La Monte Young
È quindi dal 2000 che Jack realizza con regolarità un manciata di album di pregevole fattura: "Red Horse, White Mule" (2001), l’Ep “Dr. Ragtime” (2002), quindi “Opium music” (2003) e “Raag Manifestos” (2004).
Si parlava di influenze indiane, di blues delle origini, di fingerpicking: elementi che tracciano una linea di continuità con la “Takoma School” di John Fahey e Robbie Basho, collocando idealmente la figura di Jack Rose al cospetto di una cerchia di talentuosi ed appassionati chitarristi come Glenn Jones (Cul de sac), Steffen-Basho Jughans o Sir Richard Bishop.
Ma se il background di Jack può inevitabilmente richiamare alla mente alcuni musicisti del passato, la sua ricerca sonora è verso uno stile personale, sempre in equilibrio tra tradizione e avanguardia, e trova un apice creativo nell’ultimo, meraviglioso, “Kensington Blues”, uscito nel 2005 per Vhf records
Riallacciandosi da un lato alla tradizione dei padri del ‘Prewar’, rivisitando generi della tradizione popolare americana come il ragtime (pur mantenendo, tuttavia, in almeno un paio di tracce lo spirito trascendente del raga), Jack dà luce a nove gemme senza tempo, in cui è cancellata ogni minima ombra etichettabile come “revivalistica”, dimostrando come la sua musica abbia assimilato l’essenza dell’esperienza di Fahey e Basho e brilli di una luce propria, in una galassia di visioni ed emozioni uniche nel panorama contemporaneo. Jack suona a cuore scoperto, la passione che sgorga da perle come “Cathedral and Chartres”, l’irriverente riff del brano che dà titolo all’album, l’omaggio a Fahey nella splendida cover “Sunflower River Blues” non possono lasciare indifferente l’ascoltatore, a maggior ragione se si considera che tutte sono state selezionate tra una serie di “first takes”!
Questa musica racchiude in sé lo spirito del blues delle origini, tramandato nel corso del secolo appena trascorso da musicisti coraggiosi come Coleman, Ayler, Beefheart, Fahey. Ed è con la lezione di questi maestri nel cuore che Jack Rose firma, con Kensington Blues, uno dei momenti più alti del nuovo folk.
Luca Massolin


